Il musical non è un genere cinematografico ma un stato d’animo. Rispecchia l’anima dei suoi realizzatori ma anche quella dei suoi spettatori. Julie Taymor ha diretto diversi musical a Broadway, e anche alcune rappresentazioni operistiche, oltre naturalmente al cinema, con due opere come Titus e Frida che, come abbiamo già detto, hanno qualcosa di fortemente musicale nella loro struttura. Così, avendo sempre a che fare con l'arte e con la musica, firma un film che rilegge la storia di un giovane negli anni'60 in chiave musicale, ed usa le canzoni dei Beatles come ispirazione per i suoi colori, il ritmo e l’ambientazione che ci propone. Un film che da una parte ha qualcosa di familiare e dall’altra qualcosa di unico. Across the Universe è un insieme di quadri musicali, ognuno con un suo carattere che, oltre a descrivere le vicende, rappresentano anche le atmosfere, con la saturazione dei colori, e le coreografie molto vicine a quelle del musical anche classico. Bisogna però sottolineare che il film di Julie Taymor non è comunque un film sui Beatles, bensì commentato dalle canzoni dei Beatles, i cui testi si rinnovano e acquisiscono nuova linfa, poiché la Taymor getta uno sguardo al passato e uno al presente. Usando uno stile modernissimo da videoclip, la regista riesce ad offrirci il ritratto di un'epoca straordinaria e dannata allo stesso momento. Un'immersione nella cultura degli anni ’60 che si sposta dall'operaia Liverpool al creativo Village, saltando a piè pari la Swinging London. Insomma stile, arte, mood del flower-power, una New York ricca di incitamenti e fermenti degli anni '60 fino alla controcultura hippy del Greenwich Village. Uno stimolo multiforme fatto di colori. E passiamo alla musica: gli arrangiamenti spaziano dal gospel al rock, dal blues al pop, e gli esiti riescono il più delle volte ad entusiasmare. Divertente I want you intonato da uno Zio Sam digitale a caccia di soldati da spedire in Vietnam; particolarmente toccante il parallelismo tra fragole sanguinanti e caduti sul campo di battaglia per Strawberry Fields Forever; emozionanti le versioni gospel di Let it be e il finale ottimista, ma mai in modo gratuito, di All you need is love. E ovviamente superlativi gli attori nonostante la giovane età: da Jim Sturgess e Evan Rachel Wood e da Joe Anderson, Dana Fuchs e Eddie Izzard fino a Spencer Liff, T.V. Carpio, e i cammeo di Bono, Joe Cocker e Shalma Hayek sono veramente tutti strepitosi sia quando cantano che quando recitano. Ma ciò che più colpisce in Across the Universe è proprio la leggerezza con cui la Taymor, aiutata nelle scelte musicali dal marito compositore Elliott Goldenthal e nelle ottime coreografie dal grande Daniel Ezralow, osa sfidare il mito, accontentando sia i nostalgici che chi non rientra nelle schiere dei fan del quartetto di Liverpool.
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CONTENUTI SPECIALI DEL BLU-RAY DISC
Commento di Julie Taymor ed Elliot Goldenthal - Creando l'Universo - Dietro le quinte - Le stelle di domani - Tutto sulla musica Across the Universe - Le coreografie - Gli effetti speciali - Brani musicali completi - Scena eliminata - "And I Love Her" - Mr. Kite - Riprese alternative - Galleria: Gli schizzi di Don Nace
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Comprende una copia del libro ‘Sgt. Pepper - La vera storia’, in cui si racconta la nascita di uno dei più famosi album della storia del rock, e un prestigioso Lyric Book con tutti i testi originali e le traduzioni in italiano delle canzoni del film.
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lunedì 28 luglio 2008
Across the Universe: il film, il musical, i Beatles
venerdì 11 luglio 2008
I "favolosi" Beatles in Italia
Giugno '65: arrivano gli scarafaggi!
Che sia stato un tour indimenticabile per quei fortunati spettatori che vi presero parte, non c'è dubbio alcuno; i 'ragazzi' non sarebbero mai più tornati a suonare dal vivo in Italia. Magari però, dietro i lustrini della leggenda, bisognerebbe anche ammettere che di mitologico (a parte la loro presenza) vi fu ben poco: 35 minuti a concerto, nessuna scenografia, nessun effetto speciale, un solo riflettore ad illuminare il palco anonimo. Ma erano davvero altri tempi per la musica dal vivo.
Tre le città coinvolte, 8 gli appuntamenti previsti, uno al pomeriggio e uno alla sera: 24 Giugno Velodromo Vigorelli di Milano, 26 Palasport di Genova, 27 e 28 Teatro Adriano di Roma. Performance che, per quanto spartane, non sembra siano state poi troppo dissimili da quelle pubblicizzatissime dell'Ed Sullivan Show. Ma si sa, l'Italia, oggi come allora, era poco più che una provincia nel grande impero del music business. Ecco spiegato allora perché, nonostante tutto ciò avvenne in concomitanza con la vera esplosione mediatica del gruppo, in tanti anni i Beatles non abbiano praticamente mai fatto cenno a quelle date italiane.
Si narra che a convincere l'impresario triestino di origine ungherese, Leo Wachter, a portare quei capelloni in Italia fossero state alcune tra le più influenti famiglie ambrogine d'allora: da un lato spronate dai propri figli musicisti (New Dada, che poi finiranno per aprire alcune di quelle date), dall'altro pronte a mettere sul piatto argomenti molto convincenti; una partecipazione sulle spese della data meneghina. Oltre ai succitati New Dada, apriranno la kermesse anche Fausto Leali, Angela, Guidone e gli Amici, Le Ombre e Peppino di Capri, quest'ultimo anche autore di un celebre filmato amatoriale girato al Vigorelli. Un clamore mediatico che scatenò automaticamente un disperato bisogno d'esserci, tanto tra i VIP che le persone comuni. Ne
lle date romane, in prima fila, si registrò per esempio la presenza di gran parte del jet-set di Cinecittà: Anna Magnani e il figlio Luca, Catherine Spaak, Rosanna Falk, Giorgio Albertazzi, Luchino Visconti.
Tantissime infine le richieste per un'intervista esclusiva. Il manager del gruppo, Brian Epstein, ospitò privatamente Gianni Bisiach, cloui che grazie ad un memorabile servizio del Novembre '63, aveva fatto conoscere a tutta Italia i "favolosi" Beatles. Il gruppo dal canto suo, ricevette nel backstage l'amico Ricky Gianco, conosciuto un paio d'anni prima a Londra.
Ma l'unico ad ottenere l'onore di un'intervista esclusiva ufficiale fu il solo ed inimitabile Gianni Minà. Sì, proprio lui. Ne avrà quest'uomo di cose da raccontare ai nipotini...
giovedì 10 luglio 2008
8 Dicembre 1980 - Muore John Lennon
Death of a Hero
Per chiunque avesse già l'età della ragione, quella sera di 28 anni fa fece male come una lama nella carne. Fu una notizia terribile. Impossibile da dimenticare. Una fredda notte newyorkese che, con cinque colpi di pistola, avrebbe cambiato drasticamente la fisionomia di un sogno: "The dream is over" cantava Lennon in God. Il sogno era finito davvero; forse per sempre.
John e Yoko vivevano allora un periodo felice : "Double Fantasy" era appena uscito nei negozi di dischi, il lavoro sanciva il ritorno di John alla musica dopo 5 anni di silenzio dedicati per lo più al piccolo Sean, conteneva alcune canzoni splendide, e prefigurava per lui una nuova primavera artistica (Life Begins at 40). Era la prosecuzione di un sogno: dalle utopie generazionali dell'estate dell'amore, al raggiunto equilibrio degli affetti privati ((Just Like) Starting Over). Ma il sogno fu bruscamente interrotto da un uomo, Mark David Chapman, che già in passato aveva sofferto di gravi crisi maniaco-depressive.
Quel martedì, prima di colpirlo a morte la sera con una calibro 38, lo aveva già incontrato nel pomeriggio facendosi autografare una copia di "Double Fantasy" (esistono persino degli scatti dell'amico e fotografo di John, Paul Goresh, che ritraggono quell'incontro). Poi la sera, dopo una seduta di registrazione presso i l Record Plant Studio, John, anziché mangiare fuori, decide di tornare presso la sua residenza al Dakota Building per salutare Sean. Ad attenderlo, appartato, c'è ancora quell'uomo ossessionato, che appena qualche giorno prima ha lasciato l'albergo di Honolulu firmandosi John Lennon. Yoko scende per prima dalla Limousine, a 5 mt. di distanza la segue John. Chapman lo chiama: "Mr Lennon!". John non fa in tempo a girarsi e 5 colpi di pistola lo raggiungono, 4 dei quali al corpo. Il custode del Dakota prima disarma Chapman, poi chiama i soccorsi. E' chiaro sin dal principio che la situazione è drammatica, Lennon perde copiosamente sangue, un colpo gli ha attraversato l'aorta. Quando la polizia giunge sul posto trova Chapman seduto quieto sul marciapiede che stringe al braccio una copia de "Il giovane Holden" di Salinger. All'interno, inquietanti note scritte di suo pugno: "This is my statement". In seguito dichiarerà che la sua vita si era totalmente immedesimata con quella dell'antieroe del romanzo, Holden Caulfield.
Chapman verrà condannato ad una pena detentiva compresa tra i 20 anni e l'ergastolo. Attualmente si trova ancora presso il carcere di Attica. Alla notizia della sua morte McCartney, forse ancora sotto chock, dichiarerà lasciando tutti interdetti: "E' una scocciatura, no?". Ma gli dedicherà una canzone d'amore, Here Today, nell'album "Tug Of War". Lo stesso farà Harrison in All These Years Ago, con Ringo e Paul presenti ai cori. Tra i tanti tributi postumi piovuti dal mondo dello spettacolo, val la pena ricordare i due sentiti omaggi di Elton John (The Man Who Never Die e Empty Garden), amico fraterno di John nonch
é padrino di Sean.
Nel 2000 Yoko Ono ha inaugurato il John Lennon Museum a Saitama, in Giappone. Nel 2002, la sua città natale, Liverpool, ha cambiato nome all'aeroporto ribattezzandolo Liverpool John Lennon Airport, adottando come sottotesto una frase contenuta in Imagine: "Above us only sky". Nell'Ottobre del 2007, sempre Yoko, ha inaugurato in Islanda l'Imagine Peace Tower, sopra la quale è scritto in 24 lingue differenti "Immagina la pace". Sta a noi, oggi, dare a quel sogno una chance.
sabato 5 luglio 2008
Le cover dei Beatles pt.2
Dagli U2 a Sergio Mendes, nel segno dei Beatles
E bravo Tommy. Coglie al volo l'occasione del post dedicato alle cover dei Beatles per ricordarci come gli U2 - che almeno a livello di popolarità ne hanno raccolto lo scettro - abbiano più volte manifestato il loro incondizionato amore per i 4 di Liverpool. In particolare mi piace sottolineare la sua citazione del discorso di Bono in apertura di Helter Skelter: «This is a song Charles Manson stole from the Beatles. We're stealing it back». Cosa loro, cosa del grande popolo del rock'n'roll, assolutamente da proteggere e conservare. Un orgoglio da British Invasion di ritorno che contagiò anche i Police all'apice del loro successo americano; dinanzi alla folla urlante dello Shea Stadium di New York (luogo ove si consacrò il mito USA dei Fab Four) il modesto Sting sentì tra i due momenti un'inestricabile analogia: «We would like to thank the Beatles for lending us their stadium». Più che altro, un'ambiziosissima speranza camuffata da passaggio del testimone. E che dire poi dei terribili fratelli Gallagher, sempre in gara tra loro a chi la spara più grossa; anche sui Beatles. Liam (a proposito: canzone preferita, Across The Universe!) una volta si lasciò scappare che se mai un giorno avesse incontrato un extraterrestre, lo avrebbe certamente mandato a quel paese: perché qualunque fosse il suo pianeta, di sicuro non potrebbe vantare i Beatles.
Tra i grandi del rock che si sono avvicinati al prezioso catalogo Lennon-McCartney segnaliamo - tra i tanti - David Bowie (anch'egli alle prese con Across The Universe, su "Young Americans"), gli Aerosmith (Come Togheter e Helter Skelter), i Deep Purple (Help!) e Crosby, Stills, Nash&Young (Blackbird e Drive My Car). Ma, come sottolineavamo l'altra volta, mai come con i Beatles, la forma canzone trova piena universalità attr
averso tributi provenienti da ogni genere e latitudine: penso al jazz (la strepitosa Blackbird per solo basso eseguita da Jaco Pastorius, oppure il disco "New Standard" di Herbie Hancock, all'interno del quale il celebre pianista afroamericano ha inserito Norwegian Wood), ma anche alla musica brasiliana. Sua maestà Caetano Veloso, in un vecchio disco del '75 ("Qualquer Coisa") ne infila addirittura 3 in sequenza: Eleanor Rigby, For No One e Lady Madonna. Ma la parte del leone la gioca soprattutto il redivivo Sergio Mendes che, con in suoi Brasil 66, negli anni ha fatto di quelle canzoni un vero e proprio feticcio musiculturale. Guardate il video di Day Tripper e fate buon viaggio!
giovedì 3 luglio 2008
Across the Universe e il favoloso mondo beatlesiano
Rientriamo per un momento nel colorato mondo di Across The Universe e scopriamo come Julie Taymor abbia costruito nelle immagini del suo film un tessuto fitto di citazioni dall’universo beatlesiano, nonostante il quartetto di Liverpool non venga mai menzionato nel film. Le citazioni e i rimandi sono molto ben amalgamati nella sceneggiatura, con frasi che richiamano le canzoni dei Beatles e personaggi che ricordano quelli che si aggiravano intorno al gruppo. Andiamo a scoprirne alcune.
Il concerto sul tetto di Sadie cita lo storico ultimo live dei Beatles che si è tenuto sul tetto della loro etichetta, il famoso Rooftop Concert di cui abbiamo già parlato in uno dei precedenti interventi.
Il pullman colorato, che appare nel film, è un lampante riferimento a quello usato per il Magical Mystery Tour.
Liverpool, la città dove è nato il protagonista, è anche la città da cui proviene il quartetto.
Dr. Robert, il personaggio che interpreta Bono nel film, è ispirato tanto al famigerato medico-pusher newyorkese che allo scrittore della Beat Generation Neal Cassady.
Nell'appartamento di New York, Max gioca con un martello, facendo così esplicito riferimento alla canzone da cui prende il nome Maxwell's Silver Hammer.
Prudence entra nella vita dei ragazzi attraverso una finestra, esattamente come dice il testo della canzone: She came in through the bathroom window.
La casa discografica "Strawberry", corrisponde nella realtà alla “Apple Corps”, che viene poi citata anche in un’altra sequenza in cui Jude disegna una mela verde.
In una sequenza all’inizio del film, un lavoratore del cantiere navale dice a Jude che quando era giovane affermava che a sessantaquattro anni se ne sarebbe già andato, ma lavora ancora nel cantiere. In questo caso il riferimento va a una canzone che non fa parte della colonna sonora: When I'm Sixty-Four, scritta dal solo Paul McCartney e per questo non inserito nel film che contiene solo brani scritti dal binomio Lennon – McCartney.
Nella sequenza iniziale di Hold Me Tight, le immagini ambientate a Liverpool mostrano un locale in cui si vede una band formata da quattro giovani con giubbotti di pelle che cantano in una nicchia di mattoni. Tutto richiama molto il Cavern Club, dove i Beatles si esibirono in centinaia di occasioni durante i primi anni di attività.
E la lista è molto più lunga…
martedì 1 luglio 2008
Le cover dei Beatles pt.1
Tributi e omaggi nel tempo e nello spazio
Prendendo spunto da alcuni commenti postati dai frequentatori di questo blog - penso in particolare a Morgan, che sottolineava la versione di Lucy In The Sky With Diamonds interpretata da Elton John, e Pepper, che invece ricordava come la stessa canzone fu indirettamente omaggiata dai Pink Floyd di Let There Be More Light - abbiamo pensato bene di lanciare un paio di sguardi (sommari) sulla miriade di cover version che da anni vedono come protagoniste le canzoni dei Beatles.
La cosa divertente della faccenda è che, essendo i 4 unanimamente riconosciuti come la più autorevole cornucopia di canzoni pop (linguaggio universale per antonomasia), la pioggia dei tributi è sempre stata particolarmente trasversale, tanto in termini geografici che di stile musicale. Si va dalla solita Giamaica (un'isola dall'attitudine onnivora, che ingoia e fagocita qualsiasi musica) alla nostra Italia, ben rappresentata qui dal disco "Mina canta i Beatles" che abbiamo voluto mettere in bella vista (disco uscito nel '93 nella cui copertina la tigre fa il verso a "Revolver"). Tuttavia vogliamo incentrare questo primo paragrafo in particolare sullo scambio d'amorosi sensi nato sin dal principio tra i Beatles e la musica afroamericana.
Partiamo innanzitutto dal presupposto che nel loro secondo disco, "With The Beatles", sono presenti omaggi al re del rock'n'roll nero, Chuck Berry (Roll Over Beethoven) e al soulman Smokey Robisnon (You've Really Got a Hold On Me); il tutto amplificato dalla versione assemblata per il mercato USA, in cui figuravano anche Long Tall Sally, classico dell'altro gigante del rock'n'roll nero, Little Richard, e Money, firmata invece da Berry Gordy, il padre della Motown. In particolare la leggendaria etichetta di Detroit, sullo slancio di un'affinità elettiva più che evidente, restituirà con gli interessi cotanto amore: in primis proprio Smokey Robinson, ma anche Le Supremes di Diana Ross, Gladys Knight & The Pips, Stevie Wonder e Marvin Gaye. Con quest'ultimo - a dire il vero - impegnato a dare una melensa rilettura di Yesterday. Il celebre brano cantato da McCartney, oltre ad essere la canzone con più cover nella storia della musica, sembra nutrire un particolare fascino nei confronti delle grandi voci. Non solo Marvin Gaye dunque: con le sue note malinconiche si sono cimentati mammasantissima come Frank Sinatra, Ray Charles e Sarah Vaughan. Restando nell'am
bito della grande musica nera poi, non possiamo certo dimenticare le cover di mostri sacri come Al Green, Aretha Franklin, Ella Fitzgerald, Ike & Tina Turner, Otis Redding, Wilson Pickett, gli Earth, Wind & Fire.
Ma sarebbe un errore circoscrivere l'appeal di quelle canzoni alla sola spiritualità afroamericana. Mai come con i Fab Four, infatti, la musica è una questione colour blind, che davvero trascende razza, classe e genere.
Ne riparleremo a breve...
lunedì 30 giugno 2008
Le canzoni dei Beatles in "Mi Chiamo Sam", con Sean Penn
Mi chiamo Sam e amo i Beatles
Confrontarsi con il repertorio dei Beatles al cinema: quale autore non accetterebbe questa sfida con un misto di orgoglio, timore ed entusiasmo? Un’occasione analoga a Across the Universe è stata quella colta dalla regista Jessie Nelson nel 2001 per la colonna sonora del suo film Mi chiamo Sam (I Am Sam), interpretato da Sean Penn e Michelle Pfeiffer. Anche in questo caso le cose sono andate straordinariamente bene! Ovviamente grazie alle stupende canzoni del quartetto di Liverpool, che nel film vengono riarrangiate per l'occasione da artisti di grande calibro quali Eddie Vedder, Nick Cave, Ben Harper, Aimee Mann, Sheryl Crow e Rufus Wainwright, tanto per fare qualche nome, ma la lista è ancora molto ricca. I brani dei Beatles utilizzati nel film sono infatti ben 17. E pensare che la scelta di non adottare le canzoni originali è stata forzata, come afferma la regista, per evitare che la produzione spendesse più per acquistare i diritti delle canzoni dei Beatles che per tutto il resto.
Particolarmente riuscita è stata la scelta dei singoli brani che accompagnano alcune delle sequenze più belle del film, in cui Sean Penn veste i panni del papà amoroso, anche se mentalmente ritardato, di Dakota Fanning. Ogni canzone è un commento sublime agli eventi raccontati dalle immagini: Across the Universe sembra dire "nulla potrà cambiare il tuo mondo" mentre Sam gioca con sua figlia, giusto qualche minuto prima dell'arrivo dei "cattivi" assistenti sociali che gliela portano via; You've Got to Hide Your Love Away, quando Sam va a far visita a Lucy dalla famiglia affidataria ma poi si nasconde preferendo non farsi vedere, pensando che ormai Lucy sia felice con la nuova famiglia; Two of Us con Sam e la piccola Lucy sull'altalena; Lucy in the Sky with Diamonds, sottolineando il verso "e lei se ne andata", quando la mamma "naturale" di Lucy scappa appena uscita dalla clinica lasciando Sam da solo con la bimba; e infine Blackbird, quando Sam lancia l'uccello di carta dall'albero verso Lucy e poi dalla sua cameretta fino al balcone dell'appartamento di Sam.
Un’altra occasione per apprezzare la grande abilità dei FabFour nel confezionare brani pieni di sentimenti e assolutamente memorabili.
venerdì 27 giugno 2008
Rumours e misteri sulla leggendaria morte di McCartney
Paul Is Dead?
Una delle storielle più macabre e al contempo divertenti emersa negli anni attorno ai Beatles è senza alcun dubbio quella che fa riferimento alla presunta morte di Paul McCartney, vicenda già parzialmente accennata in uno dei primi post del blog. Secondo i sostenitori della tesi del complotto, sarebbero centinaia i segnali lanciati dagli stessi Beatles, tra frasi sibilline registrate al contrario e simbologie disseminate ad arte sulle copertine dei dischi.
Tutto prese forma nell'Ottobre del 1969 quando Russ Gibb, dj radiofonico di Detroit, ricevette una misteriosa telefonata in cui si affermava che McCartney fosse morto; a riprova di ciò, sostenne l'ascoltatore, bastava ascoltare al contrario il brano Revolution9, dove una voce pronunciava la frase "Turn me on, dead man". Dieci giorni più tardi, un noto radio-jock di una potentissima stazione newyorkese (WABC), riprese il discorso irradiandolo in ben 38 stati americani. Di lì in poi, l'effetto domino fu incontrollabile.
La leggenda in linea di massima narra che Paul McCartney morì il 9 Novembre del 1966, durante le sessions di Sgt. Pepper's, in seguito ad un incidente stradale. Prova di ciò sarebbe soprattutto la copertina del disco "Abbey Road", quella del famoso attraversamento delle strisce pedonali: Paul è l'unico in completo e piedi scalzi (abitudine con cui si sepolgono i cadaveri), è l'unico fuori sincrono rispetto al passo degli altri e, sopra ogni cosa, c'è la targa della macchina di Paul con su scritto 28IF; per i professionisti della dietrologia più spinta: 28 anni se Paul fosse stato vivo ai tempi di quello scatto. Altre evidenze "incontrovertibili" giacerebbero nei rumori di un incidente d'auto inclusi nelle canzoni Revolution9 e A Day In The Life e nella coda di Strawberry Fields Forever, dove John parrebbe dire "I buried Paul" (in realtà diceva "Cranberry sauce"). A suggellare cotanta surrealtà, l'ipotesi che il "nuovo" Paul fu reclutato attraverso un regolare contest cui vari sosia vennero sottoposti dagli altri tre. Il mito racconta che alla fine l'abbia spuntata un ex-poliziotto, uno talmente calato nella parte che, per rendere più verosimile la somiglianza, si sottopose anche ad un intervento di chirurgia plastica.
Una bufala in piena regola, sospesa a metà tra gioco macabro, paranoia
e goliardia, cui si sono prestati gli stessi Beatles. John, nel suo album solista del 1971, "Imagine", all'interno della canzone How Do You Sleep? commenta sarcastico: "Those freaks was right when they said you was dead" ("Quei pazzi avevano ragione quando dicevano che eri morto"). Ma il massimo fu l'autoparodia dello stesso Paul nel live-album del 1993 "Paul Is Live" (compresa citazione della celebre copertina). Roba degna della mente di Matt Groening, il creatore dei Simpsons, che ovviamente non si è fatto sfuggire l'occasione per graffiare un po' anche lui sulla leggenda attraverso il suo irriverente cartoon.
martedì 24 giugno 2008
Across the names pt.2
Nomi e canzoni nel segno dei Beatles
Come promesso, continua il nostro viaggio all'interno dei protagonisti del film e il divertente gioco di specchi tra i loro nomi e le canzoni dei nostri amati Fab Four.
Dopo aver raccontato qualche aneddoto sui nomi più smaccatamente celebrativi, Jude e Lucy, eccoci ad un paragrafo per palati fini e veri intenditori dove racconteremo qualcosa di più su Max, Sadie, Prudence e relative implicazioni canzonettistiche.
Joe Anderson, già nei panni del bassista Peter Hook nel film (Control) che Anton Corbijn ha dedicato ai Joy Division, in Across The Universe veste i panni dell'esuberante Max. Molte le analogie col personaggio cantato da McCartney in Maxwell's Silver Hammer. Innanzitutto è uno studente, e proprio come lui mette in luce un carattere ai limiti della psicosi. Sadie lo accoglie (assieme a Jude) nella sua casa con parole inequivocabili: «Siete tutti così pulitini... però di quelli che potrebbero ammazzare la nonna a martellate». A scanso d'equivoci, lo zio Teddy, nella scena del Thanksgiving Day, gli si rivolge chiamandolo direttamente Maxwell. Quanto alla canzone poi, possiamo dire senza timore che si trattò di uno dei più grossi pomi della discordia emersi tra Paul e John. Un malevolo Lennon la definì uno dei primi esempi di canzone per nonne composta da McCartney, che «fece di tutto per farla diventare un singolo, ma non ci riuscì mai, né mai avrebbe potutto».
Abbiamo già accennato alla cantante Sadie, sorta di sensuale Janis Joplin interpretata nel film da Dana Fuchs. Il suo nome fa riferimento a Sexy Sadie, canzone scritta da Lennon in India durante il celeberrimo stage di meditazione trascendentale presso il guru Mahesh Yogi. E' lo stesso John ad ammettere che la canzone è un sarcastico ritratto del Maharishi, frutto della cocente delusione provata dopo i (presunti) abusi sessuali perpetrati ai danni di alcune donne del gruppo. Ciò nonostante, nel momento della pubblicazione, lo spiritualissimo Harrison chiederà ed otterrà un cambio di nome della canzone che in principio avrebbe dovuto intitolarsi molto più esplicitamente Maharishi. Curiosità: il verso «What have you done / you made a fool of everyone» è una citazione di I've Been Good To You di Smokey Robinson & The Miracles.
Dulcis in fundo, la dolce Prudence, la piccola bellezza asiatica attanagliata da una sofferta passione saffica. Il riferimento del suo nome va alla famosa Dear Prudence, una delle canzoni più belle contenute nel White Album. La canzone fu dedicata da Lennon a Prude
nce Farrow, sorella dell'attrice Mia, entrambe presenti al suddetto Ashram in India. Per la cronaca: a differenza dei ragazzi di Liverpool, tanto le due sorelle che Mike Love dei Beach Boys finirono per conseguire l'attestato di insegnanti di meditazione trascendentale. Per la curiosità: a differenza della solita line-up, il brano presenta McCartney alla batteria; il vecchio Ringo in quell'occasione sbattè la porta in seguito a divergenze interne, salvo poi tornare all'ovile a brano finito, con tanto di mazzo di fiori pronto ad accoglierlo sulla batteria.
giovedì 19 giugno 2008
Da Londra a New York: arrivano i Beatles!
1964: allarme a New York, arrivano i Beatles! è il film con il quale, nel 1978, Robert Zemeckis ha debuttato al cinema aiutato dal suo amico Steven Spielberg, che in quest'occasione ha ricoperto il ruolo di produttore esecutivo. Il titolo originale, I wanna hold your hand, è l’americanizzazione del titolo di uno dei singoli che hanno permesso ai Beatles di penetrare nel mercato statunitense; in effetti, I Want to Hold Your Hand fece definitivamente esplodere il fenomeno della Beatlesmania, e diede inizio alla cosiddetta British Invasion delle classifiche di vendita americane. E anche nel caso del film di Zemeckis sono proprio loro, il quartetto di Liverpool, con la loro musica e le loro canzoni i grandi protagonisti. Pellicola questa che riprende, aggiorna e velocizza il ritmo e le gag dei film con i Beatles di Richard Lester. 1964: allarme a New York, arrivano i Beatles! racconta l'arrivo del quartetto a New York nel '64 per partecipare all'Ed Sullivan Show! Zemeckis mostra l'isterismo di massa delle teenager, alla ricerca di ogni sorta di cimelio riguardante i Fab Four, soffermandosi in particolare sulle vicende di tre ragazze, una innamorata di Paul McCartney, un'altra fotografa in erba e la terza che si è lasciata convincere a seguire il concerto. Le tre incontrano altrettanti ragazzi e arrivati a New York, i sei cercano insieme di entrare nell'albergo che ospita il quartetto inglese. Il film è brioso e surreale con una serie di gag divertenti messe in fila senza soluzione di continuità. Dal punto di vista tecnico, invece, particolarmente riuscita le sequenza del concerto, in cui le immagini dei veri Beatles che s'intravedono dai monitor e dalle telecamere s'integrano alla perfezione con le controfigure che invece si agitano sul palco. Colonna sonora stupenda, composta da una ventina di canzoni dei Fab Four (ovviamente...). Nel cast una giovane Nancy Allen futura moglie di Brian De Palma e il comico Will Jordan, che interpreta il suo primo Ed Sullivan, più divertente che mai. Jordan ha interpretato infatti Sullivan ben altre cinque volte e sempre con risultati esilaranti.
mercoledì 18 giugno 2008
Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band
Storia, simbologie e leggende del disco più famoso della storia del rock
Sembrava un giovedì come un altro quel 1 giugno del 1967. Eppure, dopo l'uscita del feticcio Sgt. Pepper's, nulla sarebbe più stato come prima nel circo barnum del rock'n'roll. Per dirne una: il grande Brian Wilson, di fronte alla sua monumentale bellezza, rischiò seriamente di smarrire ragione e spirito nel disperato tentativo ("Smile") di eguagliarne i fasti. Perché oggi sembra tutto scontato, ma allora fu davvero un cataclisma di proporzioni epocali.
Nella primavera di quell'anno McCartney si trova in vacanza in California. Ormai anche lui si è persuaso che i Beatles devono abbandonare l'attività live e concentrarsi esclusivamente su progetti dal respiro ambizioso. L'idea che gli viene in mente è un concept album che ruoti attorno ad una fantomatica band dal nome curioso e lunghissimo, proprio come quei bizzarri gruppi psichedelici che imperversavano nella west coast d'allora. Di ritorno a Londra non trova immediato entusiasmo tra i suoi bandmates, ma tutto sembra tornare in perfetta armonia grazie alla fantasiosa idea della copertina. Suo principale artefice sarà il gallerista Robert Fraser, uno dei paladini dell'arte moderna nella Londra degli anni '60. A disegnarla ci penseranno Peter Blake e sua moglie Jann Haworth. Il collage mostra più di 70 personalità provenienti dal mondo dell'arte, della letteratura, del cinema e della politica; in più, per espressa volontà di George Harrison, figureranno anche alcuni guru indiani. Tra i personaggi più curiosi segnaliamo il satanista Aleister Crowley, il compositore Karlheinz Stockhausen, lo psicologo Carl Gustav Jung, e l'esploratore David Livingstone. Ma in bella mostra troviamo anche figure più familiari come Bob Dylan, Marylin Monroe, William Burroughs, Karl Marx, Oscar Wilde e Marlon Brando. Gli aneddoti più divertenti vanno dalle statue di cera degli stessi Beatles, così come rappresentate allora al museo di Madame Tussauds, alla bambola dell'attrice Shirley Temple con indosso un golfino dei Rolling Stones (che a loro volta ricambieranno sulla copertina di "Their Satanic Majesties Request").
Musicalmente parlando, si perpetua il lavoro sugli esperimenti di studio attraverso l'utilizzo creativo di echo, riverberi e nastri mandati al contrario. Gli arrangiamenti si fanno a tratti molto complessi, si rafforza il legame spirituale con l'India (sitar e tamboura presenti in moltissime tracce) e si utilizzano strumenti insoliti come l'harpsichord (Fixing A Hole) e l'harmonium (Being For The Benefit of Mr. Kite). Il disco, dopo un esordio bruciante al n°8 determinato esclusivamente dagli ordini, si piazza in vetta alle chart UK e ci resta stabilmente per 23 settimane. E' il primo disco inglese a mettere le liriche sul retro-copertina, ma soprattutto è il primo disco rock in assoluto ad aggiudicarsi il Grammy Award come m
iglior album dell'anno. Il Times lo descrive «Un passaggio decisivo nella storia della civiltà occidentale»; persino Jimi Hendrix gli renderà omaggio, suonando ripetutamente la titletrack dal vivo nei mesi immediatamente successivi all'uscita. Non mancheranno anche alcune critiche beffarde: Frank Zappa, per esempio, dichiarerà su Rolling Stone che i ragazzi «were only in it for the money» e, non pago, parodiò quella grandeur nel successivo "We're Only In It For The Money". Ma furono per lo più voci isolate e orgogliosamente controcorrente.
A chiudere il cerchio ci penserà proprio la rivista rock quando, nel 2003, finirà per eleggerlo come miglior album di tutti i tempi. Il resto... forse è ormai storia degna d'esser studiata sui banchi di scuola.
venerdì 13 giugno 2008
"Across The Universe": un'arma di seduzione di massa
Dalle citazioni emotive alla resa dei colori
Across The Universe, di per sé, non rappresenta una novità assoluta. Più volte nel cinema c'è stato questo scambio d’amorosi sensi, tanto con la storia dei Beatles quanto, più semplicemente, con la loro musica. L'apoteosi la troviamo forse in uno dei primi film di Zemeckis, 1964: Allarme a New York arrivano i Beatles, che fa proprio riferimento al primo arrivo dei Beatles a New York. Ma, al di là di questo, io credo che Across The Universe sia a tutti gli effetti un'idea originale della regista Julie Taymor. Da sempre grande appassionata del quartetto di Liverpool, coltivava da tempo questo sogno; poi, entrando nel mondo del cinema, ha finalmente avuto l’opportunità di realizzare qualcosa che trasferisse quell’amore in un prodotto filmico. Credo che il segreto del successo del film risieda nella sua forte capacità emotiva: assieme a quella musica meravigliosa la Taymor riesce a far emergere anche tutti quei momenti che ognuno di noi alla nostra età ha vissuto, e quindi è un po’ come un grande souvenir, per altro realizzato e prodotto molto bene. Ci sono riferimenti continui, per chi non conosce la storia dei Beatles sono difficili da cogliere ma, a partire dalla scelta dei nomi dei protagonisti, fino alla scena finale, quella che fa l’occhiolino all'ultimo concerto fatto sul tetto della Apple, il famoso Rooftop Concert, il film è tutto un gioco lieve di citazioni e rimandi che appartengono all’immaginario di più d’una generazione. Poi c’è da dire che in Italia la pellicola ha avuto un’attenzione straordinaria, e questo per certi aspetti rappresenta una piacevole sorpresa visto che il fenomeno dei Beatles ha avuto qui da noi un impatto molto meno evidente, vivendo soprattutto degli echi che giungevano da Inghilterra e Stati Uniti.
Tuttavia, al di là dell'intuizione di raccontare una storia attraverso i testi delle loro canzoni, credo che il suo valore aggiunto risieda soprattutto nelle coreografie visionarie e nell'uso straordinario delle immagini e dei colori. C'è questa psichedelia che, in maniera diretta e indiretta, marchia a fuoco gran parte del film; in particolare c'è la fase centrale interamente giocata sui contrasti, sui colori, sulle sovrapposizioni cromatiche, che è proprio il culmine della psichedelia. Però tutto il film nell'insieme è psichedelico, perchè questi colori stranamente brillanti, possiedono un carattere fortemente onirico. Diciamo che, nell’ambito dell’alta definizione, questo tipo di lavoro rappresenta il massimo perché, al di là della risoluzione dell'immagine, è proprio la brillantezza dei colori – vicina alla nitidezza del cinema, se non in alcuni casi superiore, come nella resa del blu e del rosso – a fare la differenza. Non ci sono sbavature nei profili, né tantomeno nella condensazione del colore. E questo lo rende un prodotto perfetto per il formato Blu-Ray Disc.
venerdì 6 giugno 2008
"Revolver" e il giro di boa della pop music
Storia di una trasformazione: dai palchi allo studio di registrazione
Nel ‘66 c'è l'esplosione definitiva, e Revolver segna la prima svolta.Fu un periodo speciale per tutti noi: uscivano i dischi, e ogni volta ci si riuniva, si formavano dei gruppi d’ascolto. Un rito vero e proprio. Lo facevamo noi, ma sapevamo perfettamente che tutto ciò avveniva anche nel resto del mondo. Era un avvenimento, un happening: la consapevolezza che quella corsa all’acquisto del nuovo Beatles ci avrebbe regalato qualcosa di assolutamente innovativo. E così in effetti è realmente stato. Ma tutto cambiò sapore e forma al cospetto di Revolver. Mi ricordo che quando uscì, alla fine di agosto di quell’anno, restammo tutti con gli occhi sbarrati, quasi a domandarsi: «che diavolo è successo?». Il disco iniziava subito con una cosa mai fatta prima: su Taxman si sente George che lancia l’attacco: «uno, due, tre, quattro» e poi parte la musica. Non si era mai sentita prima una canzone che partiva con delle voci di studio e non con il brano vero e proprio. I ragazzi se ne fregavano di quelli che erano i rumori e i suoni di studio: ascoltando con attenzione i loro dischi si sentono delle cose pazzesche, perchè loro volevano essere così. Ma soprattutto Lennon, da questo punto di vista, era il più estroso di tutti; proprio come McCartney era il musicista. Un disco folle, pazzesco, che per la prima volta utilizza i fiati - penso al corno inglese di For No One, o allo swing di Got To Get Into My Life – ma poi sconfina nell’avanguardistico grazie ad un sapiente uso degli echi. A chiudere il cerchio, le sperimentazioni di un pezzo come Tomorrow Never Knows, registrato in maniera rivoluzionaria, con suoni strabilianti che scaturiscono da nastri riprodotti al contrario, le voci filtrate e tutto il resto delle diavolerie che lo hanno reso celebre ed ancora oggi di rottura rispetto al resto della musica.
Questo fu il motivo per cui, almeno ufficialmente,
smisero di suonare: perchè non erano più in grado di riprodurre dal vivo tutte quelle idee da studio. Loro ai concerti in effetti erano un’altra cosa; non è come oggi, avevano un vissuto completamente diverso. Il concerto era vederli dal vivo e stop, perché suonavano con gli strumenti base e la sola aggiunta di una tastiera (una delle prime elettroniche) usata da John Lennon in qualche brano. Non c'erano accompagnamenti di cori, giochi di luci, o altro. Non c'era niente. C'erano amplificatori piccolissimi con i microfoni che venivano posti davanti agli altoparlanti e collegati all'impianto voce, anche per questo non esistono registrazioni dal vivo su disco; anche se negli anni ‘80 ne uscì uno di un concerto dall’Hollywood Bowl di Los Angeles, ma poi non fu mai rieditato in CD. In particolare Lennon disse di non voler più suonare dal vivo. Era particolarmente frustrato dal fatto che avrebbe anche potuto smettere di suonare o fare degli accordi sbagliati, e nessuno se ne sarebbe accorto. Tutti strillavano e nessuno sentiva più la musica. McCartney soffrì molto per questa decisione, ma erano talmente carichi allora che per lungo tempo non ne avvertirono il peso.
giovedì 5 giugno 2008
Help! - Tra album e Film
Help! è il secondo film dei Beatles che grazie a quella sua comicità demenziale e surreale, alla Monty Python, ed alcune scene da cartone animato puro è diventato un grande successo anche commerciale. Con questa pellicola di Richard Lester nasce anche uno degli album più fortunati del quartetto. Help!, l’album, raccoglie
ben 14 brani ma solo i primi 7 costituiscono la colonna sonora dell'omonimo film. Nell’album troviamo quella che viene considerata una delle canzoni più belle di tutti i tempi, la celeberrima Yesterday, composta e cantata da Paul McCartney, la prima canzone effettuata da un solo componente della band, infatti nessun altro dei Beatles oltre a McCartney e ad un quartetto d'archi partecipò alla sua registrazione. Comunque nel film essa non viene eseguita. Una curiosità: questa che è una delle canzoni più famose della storia della musica in origine doveva intitolarsi, in un modo più terra terra, “Scrambled eggs” (uova strapazzate). Pare che Sir Paul la compose appena sveglio, al pianoforte, ed evidentemente non poteva ideare niente di meglio visto che stava facendo, probabilmente, colazione. Meno male che qualcuno lo ha convinto di cambiare il titolo e il contenuto, così poco romantico!
Il brano del titolo è stato inceve scritto da John Lennon che lo considerava una delle migliori canzoni che avesse scritto con i Beatles; in una intervista del 1970 per Rolling Stone, spiegò che il brano era stato concepito come ballata lenta, e in seguito la produzione aveva convinto il gruppo ad accelerarne il tempo. Più tardi Lennon si disse dispiaciuto di questa scelta. Nella scrittura del brano, John si era ispirato al senso di disagio e di stress che provava per l'improvvisa notorietà raggiunta col gruppo. Se nella colonna sonora del film troviamo piccoli capolavori come You’ve got to hide your love away, Ticket to ride o I need you una bellissima ballata acustica, composta da George Harrison, nell’album sono comprese alcune ulteriori chicche: Act naturally, cantata da Ringo, Dizzy Miss Lizzy, cantata da John Lennon e ancora un brano di Harrison dal titolo You like me too much.
martedì 3 giugno 2008
I Beatles e il Vietnam
Make Love Not War
Fin qui l'abbiamo ricordato e raccontato: i Beatles furono senza alcun dubbio il gruppo musicale più influente e amato di quegli anni ruggenti. Crocevia forse irripetibile che - tra la seconda metà degli anni '60 e la prima dei '70 - vide il mondo occidentale cambiare drasticamente volto in ambito politico e sociale, ma anche nella moda, nelle arti e nel costume. Erano gli anni della contro-cultura giovanile, anni in cui - è vero - certo ribellismo finì spesso per ubriacarsi di rivoluzione, ma seppe comunque produrre un dibattito serio e profondo, capace di mostrare a tutti una prospettiva pacifica e pacifista della vita.
Epitome di questo scontro tra generazioni e culture fu ovviamente la guerra del Vietnam ('64-'75), episodio chiave degli anni della contestazione, a suo modo centrale anche nella parabola artistica dei Beatles. Si potrebbe partire dal clamoroso gesto che, nel 1969, vide un iconoclasta John Lennon restituire alla regina l'onoreficenza di membro dell'Ordine dell'Impero Britannico: un plateale atto di protesta contro l'acritico appoggio agli USA nella famigerata guerra del Vietnam. Segnali di dissidenza m
ascherati da gioco psichedelico si erano del resto già manifestati nel film-cartoon Yellow Submarine (1968) dove i Fab Four partivano su un sottomarino giallo alla volta di Pepperland per salvarla dal cinismo e la violenza dei Biechi Blu. Una metafora sulla dicotomia Establishment vs. Hippies ripresa per altro proprio durante le marce per la pace, dove i manifestanti intonavano spesso il refrain della celebre canzone.
Ma la canzone che meglio espresse il punto di vista di John Lennon, l'anima più politica del gruppo, fu certamente la mitica Revolution1: incisa nel 1968, all'interno del travagliato "White Album", mette in luce tutta l'idiosincrasia dell'uomo per i dogmi e le ipocrisie del movimento. E' il pretesto per uno dei momenti salienti del film Acros
s The Universe, perfetta sintesi dell'eterno conflitto tra l'anima artistica e culturale e quella dura e pura votata allo scontro. Emblematiche in tal senso le parole del vecchio John: «Dici che vuoi una rivoluzione / Beh sai / Tutti noi vogliamo cambiare il mondo / (...) Ma quando parli di distruzione / Non contare su di me / (...) Continui a portarti dietro le foto di Mao / Non combinerai niente con nessuno».
E' il preambolo al Lennon spigoloso degli anni post-Beatles, quelli con la Plastic Ono Band. Un uomo dalla sensibilità esasperata che, per un tragico incidente del destino, non sarebbe riuscito a portare a compimento quell'opera d'arte che fu la sua vita.
Ritorno al futuro
Canzonette d’avanguardia
Troppo spesso ci riferiamo ai Beatles soprattutto in relazione a quel corpo di immortali canzoni che ci hanno saputo regalare nell’arco di neanche un
decennio. In realtà è giusto sottolineare, a maggior ragione dopo così tanti anni, quanto fu rilevante il loro ruolo d’innovatori del linguaggio pop. Non soltanto in un contesto tradizionale quindi, leggi la creatività sul pentagramma, ma in qualità di veri e propri pionieri del suono. La critica parla di circa 40 innovazioni apportate dai 4 rispetto alla musica del passato, cose mai fatte prima che i Beatles, più o meno inconsapevolmente, hanno finito per imporre nella comunicazione musicale tout-court. Ancora oggi molte di queste innovazioni sono il pane quotidiano di gruppi come gli U2, per citarne uno.
In ordine sparso ci piace ricordare che furono i primi in un contesto pop a flirtare con la musica tradizionale indiana, i primi a sperimentare sui nastri passandoli al contrario, i primi a cimentarsi con l’idea di concept album, i primi ad usare il distorsore – in seguito marchio di fabbrica di Hendrix – per altro non sulla chitarra ma sul basso (Think For Yourself, da “Rubber Soul” 1965). Ma ce ne sono tantissime altre, penso a certi particolari contrappunti musicali prima sconosciuti, o ancora, ad accordi del tutto inediti nella musica leggera. La cosa più intrigante di tutta questa vicenda poi, è che i ragazzi non avevano mai studiato musica in maniera seria; certe intuizioni, ormai è ovvio a chiunque, le avevano all’interno delle loro menti. In particolare mi riferisco all’irripetibile alchimia che si sviluppò tra Lennon e McCartney, una miscela esplosiva, una combinazione unica che in sintesi partorì il mito stesso dei Beatles.
Ma tutte queste riflessioni sarebbero forse state impossibili se l’allora presidente della EMI Music non
avesse intuito da subito di trovarsi al cospetto di un gruppo totalmente fuori dall’ordinario. Fu lui che a partire dalla fine del 1963, diede ordine ai tecnici degli studi Abbey Road di registrare tutto quello che usciva fuori da quelle sessions. Un’intuizione straordinaria. Oggi grazie a lui esistono centinaia e centinaia di nastri: inediti, versioni alternative, canzoni non finite, semplici esperimenti, ecc… Oggi noi sappiamo che anche nei frammenti meno lavorati, si trova un’anima musicale a dir poco sbalorditiva. Quel signore capì presto che i ragazzi erano dei geni e che bisognava assolutamente mettere ogni cosa su nastro. Esistono ore ed ore di una stessa canzone, magari con 50 versioni diverse, alcune pubblicate successivamente nella famosa serie “Anthology” uscita tra la fine dei ’90 e l’inizio del 2000. Alcune di quelle cose, originariamente scartate dagli stessi Beatles, mostrano delle idee assolutamente pregevoli che tendono a rafforzare quest’idea di un gruppo di pionieri capace d’anticipare i tempi. Un famoso critico musicale sostiene che i gruppi nati nel dopo-Beatles – eccezion fatta per le musiche di derivazione blues e gospel - si dividono in quelli che si dichiarano loro discepoli e quelli che non lo fanno ma lo sono comunque. Non spetta a me stabilire se questo sia vero fino in fondo; di certo, possiamo ribadire con forza il loro ruolo di innovatori assoluti del linguaggio pop codificato nel secolo scorso.
giovedì 29 maggio 2008
Help! - Che spasso con i Beatles!
Continuiamo il nostro viaggio all’interno del mondo cinematografico beatlesiano proponendovi il secondo film che il regista Richard Lester ha confezionato per il quartetto di Liverpool. Aiuto! (Help!) è una pellicola del 1965. Siamo in piena area Swinging London, un periodo di ottimismo e di edonismo, e il free cinema inglese è
all’apice. Mescolando le modalità di questi due prototipi, Lester realizza una commedia piena di spunti surreali e una satira del tradizionalismo britannico girata fra la Gran Bretagna, le Alpi e le Bahamas. Help! è probabilmente il miglior film dei Beatles, con una trama divertente, che trasporta lo spettatore verso quel mondo favoloso che solo Richard Lester poteva catturare con tanta classe. Ringo Starr, il batterista del gruppo, è in possesso di un anello che per i membri di una setta religiosa orientale è sacro. Pur di recuperarlo, danno la caccia ai quattro per mezzo mondo. Nell'inseguimento sono coinvolti anche degli scienziati che vogliono l'anello per diventare famosi. Help! è piacevole e graffiante, ricco di demenzialità, che rende il tutto irresistibile ancora oggi. Ovviamente strepitosa colonna sonora ma proprio su questa vale la pena di spendere qualche riga in più e lo faremo la prossima volta.
mercoledì 28 maggio 2008
La psichedelia
Lucy In The Sky With Diamonds
Quando nel 1964 i Beatles si recarono per la prima volta a New York, su precisa richiesta di Lennon ebbero finalmente occasione d'incontrare e conoscere Bob Dylan attraverso il giornalista Al Aronowitz. L'aneddoto, oltre che molto divertente, è soprattutto epocale, perché permise ai Beatles di aprire una dimensione completamente inedita all'interno della musica pop. Tutto avvenne nella suite dell'Hotel Delmonico; dopo un iniziale imbarazzo, Dylan propose ai ragazzi di fumare un po' di marijuana, ma questi ammisero di non averne mai fatto uso prima. La cosa stupì molto Dylan, convinto com'era che la loro canzone I Want To Hold Your Hand contenesse l'inequivocabile verso «I Get High» («Sono sotto effetto»). Lì cominciarono le prime risate: il testo della canzone in realtà recitava innocentemente «I Can't Hide» («Non posso nascondermi») e i 4, agli occhi del più smaliziato Bob, fecero un po' la figura degli ingenui. Dylan e il suo manager a quel punto non si persero affato d'animo e comiciarono a rollare joint in quantità industriale. Il risultato fu un tale scoppio d'ilarità che da quel giorno nel codice dei Beatles «Facciamoci una risata» significò «Facciamoci una fumata». Non solo; McCartney si persuase di essere in un tale stato di grazia mentale che invano chiese venisse registrato tutto quello che gli usciva di bocca in quel momento.
Da allora l'uso delle droghe e gli stati alterati di coscienza raramente avrebbero abbandonato i Beatles durante il processo creativo. Epitome di tutto ciò fu ovviamente quel totem della cultura psichedelica qual è Sgt. Pepper's, all'interno del quale figurava anche la controversa Lucy In The Sky With Diamonds (Lennon ha sempre negato si trattasse di un omaggio all'acido lisergico LSD, citando come ispirazione un disegno del figlio Julian e
alcuni scritti di Lewis Carroll, ma le visioni del testo non sembrano lasciar spazio a dubbi). Già in "Revolver" i Fab Four si erano dedicati al tema in canzoni come Doctor Robert (su un famigerato medico newyorkese che riforniva tutte le star dell'epoca, per altro interpretato in Across The Universe da uno straordinario Bono Vox) e Tomorrow Never Knows (tentativo di trasporre in musica l'esperienza lisergica, liberamente ispirato a The Psychedelic Experience, manuale d'uso basato sul Libro dei morti tibetano).
Inutile ribadire che il fim della Taymor punta tantissimo su questo gioco multiplo di citazioni, tra immagini, suoni e colori.
lunedì 26 maggio 2008
A Hard Day's Night - I Beatles al cinema pt 2
A Hard Day’s Night è un fedele ritratto della sua epoca: i club della Swinging London, e le urla del pubblico durante i concerti dei Beatles che spesso impedivano le loro esibizioni sono elementi sui quali si costruisce una esile traccia narrativa di gran divertimento. Con i fans apparentemente alle calcagna, il quartetto, impegnato in uno show televisivo, diserta le prove e ne combina tutti i colori, mentre Ringo scompare alla ricerca della assoluta libertà. Mockumentary antelitteram, la pellicola di Lester avvolge i nostri in
una prigione dorata con la quale dovettero convivere per molti anni, fino a lasciarci il sistema nervoso, come ammise in una intervista George Harrison che in quel set ha incontrato Pattie Boyd, sua prima moglie, che più tardi avrebbe sposato anche Eric Clapton. A Hard Day’s Night contiene una miriade di invenzioni visive con un montaggio caotico, per non dire anarchico, alla maniera della Nouvelle Vague e del Free Cinema. I film musicali dell’epoca erano, tra l’altro, una sorta di promozione cinematografica della musica, con la trama in secondo piano rispetto alle canzoni, i cosiddetti “pop movies”, e i registi, nonostante il grande successo dei loro interpreti, li evitavano come la peste. In questo i Beatles furono innovatori, e grazie alla loro naturale simpatia e pilotati da un regista intelligente come Richard Lester riuscirono a bilanciare la musica, comunque presente massicciamente nel film (dal brano del titolo originale fino a Can’t buy me love e She loves you), ed immagini. Il film è diventato manifesto spensierato, trascinante ed irresistibile di uno dei miti del secolo scorso.
venerdì 23 maggio 2008
John & Paul pt.2
Strawberry Fields
Altra pietra angolare del metodo Lennon-McCartney fu il doppio A-Side single del '67 Penny Lane/Strawberry Fields Forever. L'idea fu quella di ripercorrere alcuni luoghi (fisici e mentali) della Liverpool della loro infanzia, con McCartney principale autore e compositore della prima e Lennon della seconda. In Penny Lane Paul mette in luce un approccio analitico e dettagliato, passando in rassegna ambienti e personaggi dei suoi ricordi con un disincanto dolce che combina mirabilmente psichedelia, fanciullezza e inquieta nostalgia. Al contrario John sceglie un tono più amaro e sfuggente, evocando quelle immagini di accecante e contraddittoria bellezza che hanno ispirato le sequenze più suggestive del film Across The Universe. Tra i tanti aneddoti legati alla canzone ci piace ricordare quello della voce in coda: frammento di musica sperimentale sopra cui si ode Lennon recitare un enigmatico "Cranberry sauce"; per tanti anni in molti credettero di cogliere in quel balbettio le parole "I Buried Paul" ("Ho sepolto Paul"), presunta ammissione della morte di McCartney. Ma era solo una leggenda, e sarebbe rimasta tale per la gioia dei discepoli della mitologia rock.
Nel precedente post dedicato a John & Paul si era accennato ad alcune insanab
ili divergenze che avrebbero infine minato la più grande coppia di autori di musica pop di tutti i tempi. Il canto del cigno è rappresentato certamente dall'album "Let It Be", uscito nel 1970 proprio in concomitanza con lo scioglimento del gruppo ma registrato almeno un anno prima. Un disco parzialmente irrisolto, disconosciuto dagli stessi Beatles tanto che McCartney, una volta ascoltati gli arrangiamenti di Phil Spector, pose un durissimo veto alla sua pubblicazione. Il disco però uscì lo stesso e sancì automaticamente la fine di 15 irripetibili anni di sodalizio artistico. Molte le cause dietro quella progressiva separazione tra geni: dalla crescente influenza esercitata su John dalla compagna Yoko Ono - che lo spingeva ad allargare i domini della propria arte e conoscenza - alla presunzione di Paul che, di fronte alle prime crepe, si autoproclamò leader e propose un improbabile ritorno della band dal vivo.
John non la prese affatto bene: «Io l'ho creato il gruppo, io l'ho sciolto. È molto semplice».






