Across the Universe di Julie Taymor ha scelto di mettere in scena, aiutato dal periodo in cui è ambientato, uno dei temi più battuti dal grande cinema fin da i suoi albori: quello del pacifismo. Che si tratti della guerra in Vietnam o quelle nella vecchia Europa, oppure dei mille e più conflitti in giro per il mondo, la settima arte, con poche sole eccezioni, si è schierata con la pace e mai con la belligeranza. E dato che il ventesimo secolo ha visto alcune delle guerre più sanguinarie di tutti i tempi e il ventunesimo sembra non essere da meno, i film che si sono avvicinati a queste tematiche sono moltissimi, così tanti che è difficile rendergli omaggio in uno spazio come il nostro. Ed alcuni sono dei veri e propri capolavori. Facciamo allora un po’ di storia. Nel 1937 Jean Renoir gira un straordinario poema pacifista come La grande illusione, con Jean Gabin e l’enorme Erich Von Stroheim, ambientato durante la Prima Guerra Mondiale. Ma già nel 1930 l’americano Lewis Mileston aveva portato sullo schermo il romanzo pacifista di Erich Maria Remarque All’ovest niente di nuovo denunciando gli orrori di ogni guerra. Il cinema ha sempre sostenuto che il conflitto bellico è uno sporco gioco che rende tutti vittime e carnefici allo stesso momento. Tesi che viene dimostrata da pellicole come il cupo e claustrofobico Per il Re e per la Patria di Joseph Losey ma anche dall’eccezionale dittico di Stanley Kubrick formato da Orizzonti di gloria, film ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, e Full Metal Jacket, durante la guerra in Vietnam. Dicono che siamo tutti pacifisti perché nessuno vorrebbe la guerra. Ma è proprio così? Nel 1971 uno tra i più prestigiosi sceneggiatori del cinema americano, vittima del maccarthismo, firma il suo unico film come regista, E Johnny prese il fucile, un’opera disperata contro l’insensatezza della guerra e contro la crudeltà calcolata del potere. E la figura del soldato ridotto a un troncone e coperto da un lenzuolo bianco non si dimentica facilmente. Sempre negli anni ’70 il megaconcerto Woodstock filmato da Michael Wadleigh lancia il maggiore messaggio pacifista: love, peace and music! In anni più recenti è la volta di un regista come Steven Spielberg a dire la sua sulla Seconda guerra mondiale e i suoi orrori con ben due pellicole come Salvate il soldato Ryan e soprattutto con Schindler’s List. In Italia, invece, Gillo Pontecorvo firma con La battaglia di Algeri un grido contro tutti i conflitti. Infine film come No man’s Land di Danis Tanovic e soprattutto La Polveriera di Goran Paskaljevic gettano uno sguardo impietoso sulla guerra in Jugoslavia denunciando una escalation di disperazione, violenza e morte. Dimostrando così che la pace per l’umanità è ancora molto lontana.
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CONTENUTI SPECIALI DEL BLU-RAY DISC
Commento di Julie Taymor ed Elliot Goldenthal - Creando l'Universo - Dietro le quinte - Le stelle di domani - Tutto sulla musica Across the Universe - Le coreografie - Gli effetti speciali - Brani musicali completi - Scena eliminata - "And I Love Her" - Mr. Kite - Riprese alternative - Galleria: Gli schizzi di Don Nace
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Comprende una copia del libro ‘Sgt. Pepper - La vera storia’, in cui si racconta la nascita di uno dei più famosi album della storia del rock, e un prestigioso Lyric Book con tutti i testi originali e le traduzioni in italiano delle canzoni del film.
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venerdì 25 luglio 2008
Cinema e pacifismo
martedì 22 luglio 2008
Il ’68 raccontato al cinema: ribellione, musica e libertà
68, in gradi Celsius, è la temperatura ideale per sviluppare la pellicola in bianco e nero. Questo è un destino. Perché il Sessantotto è un periodo coloratissimo che però, a posteriori, può essere raccontato solo attraverso la pellicola in bianco e nero. Anche se poi nei migliori film che hanno raccontato quel periodo irripetibile c’è sempre stato un pizzico di fantasmagoria in più che serve ad arrivare a quelle immagini psichedeliche che sono diventate il suo simbolo, fra vitalità e disperazione. Il ‘68 è un tema che ha toccato soprattutto il cinema europeo, anche se i suoi echi sono arrivati fino al cinema hollywoodiano con le sue pellicole indipendenti. E Across the Universe di Julie Taymor cita quel periodo e quell’ immaginario cinematografico capace di dire tutto e il contrario di tutto, allargando a dismisura i confini del visibile. Ribellione è la parola d’ordine per un film come Easy Rider - Libertà e Paura con la sua straordinaria colonna sonora, contro le sovrastrutture patriottiche che restringono le frontiere mentali e geografiche. Se il film di Peter Fonda e Dennis Hooper è il capostipite di questo piccolo genere cinematografico, ci sono alcune altre pellicole imprescindibili sullo stesso tema. Fragole e sangue di Stuart Hagman è ambientato durante un’ occupazione universitaria vista dalla parte del suo protagonista, l’occhialuto studente Simon, mettendo in scena la contestazione giovanile con un sottofondo westcoastiano-beatlesiano (memorabile la brutale carica della polizia finale scandita dalla bellissima Give Peace a Chance). Stessa aria (e stessi colori) tira nell’incursione americana del maestro italiano Michelangelo Antonioni. Zabriskie Point è un inno al ribellismo giovanile con una colonna sonora che combina i Pink Floyd con Jerry Garcia dei Greadful Dead e con (come minimo) due sequenze memorabili: quella in cui i ragazzi amoreggiano nel deserto e l’esplosione finale dei simboli del benessere. Ma le ribellioni sessantottine al cinema hanno mille sfaccettature: da quella trasversale e totale, come quella che Pasolini ci lancia nella più ostica delle opere con il suo Salò, e quella sessuale nell’Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, fino a quella contro la tirannia del linguaggio formalizzato in campo cinematografico de El topo di Alejandro Jodorowski e de La Cinese di Jean-Luc Godard fino a Paradise Now di Sheldon Rochlin, ripresa cinematografica dell'omonimo spettacolo del Living Theatre. Una serie di film che hanno voluto denunciare la dolorosa imperfezione di un mondo che pretendeva di essere il migliore possibile, ma che, con i suoi mille errori di ingenuità e i suoi eccessi, ha contribuito almeno a migliorarlo un po’.
mercoledì 16 luglio 2008
Across the Universe e il cinema sul Vietnam
Dalla molteplicità dei temi che la regista Julie Taymor ha scelto di inserire nel suo musical moderno, Across the Universe, quello degli echi della guerra del Vietnam è uno tra i più comuni nelle pellicole ambientate negli anni ‘60. Da questo punto di vista, se volessimo scegliere un’altra opera che si avvicina all’energia del film della Taymor, quella è Hair, del 1979, del regista ceco, trapiantato in America, Milos Forman. Scegliamo Hair non solo per il fatto che sia anche esso un musical, ma perché condivide con Across the Universe la stessa visione psichedelica nella sua messa in scena. Ma questi non sono gli unici film che ci hanno parlato della “sporca” guerra. La ferita del conflitto (perso) con il Vietnam percorre tutto il cinema statunitense soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, creando quasi un genere. Attraverso queste pellicole avviene soprattutto il riscatto dell'America, dopo il tradimento degli ideali democratici dei padri. Ma attenzione: non tutti i film che raccontano lo scontro tra Usa e Vietnam sono film drammatici o film di guerra, esattamente come non lo sono quelli della nostra e di Forman. Tra i primi che lo hanno rappresentato è stato, nel 1969, lo splendido Mash di Robert Altman, farsa bellica in cui la guerra è vista come un circo tragico, disperato ed inconcludente. Lo stesso spirito lo troviamo qualche anno più tardi nella strampalata commedia controcorrente e impudentemente antiamericana di Barry Levinson Good Morning Vietnam. Ispirato a un personaggio reale, è un film che, dimenticando finalmente le brutalità nella giungla vietnamita, si basa unicamente sulle battute da caserma sparate a raffica dal protagonista, il bravo Robin Williams, e sulla sua straordinaria colonna sonora. Ovviamente la parte del leone la fanno pellicole più cupe e di alto spessore drammatico in cui la brutalità summenzionata ritorna. Pellicole firmate da registi delle volte eccezionali come Stanley Kubrick, che nel 1987 realizza l’anti-eroico e disperato Full Metal Jacket. Ma forse il film più celebre sulla sporca guerra rimane il bellissimo Apocalypse Now, che Francis Ford Coppola ha confezionato nel 1979. Ovviamente non bisogna dimenticare il reazionario e agile Berretti Verdi di Ray Kellogg e John Wayne, il visionario Birdy – le ali della libertà di Alan Parker, il robusto I guerrieri dell’inferno di Karel Reisz, il commovente e psicologico Tornando a casa di Hal Asby, l’imprescindibile dittico di Oliver Stone con Platoon e Nato il 4 luglio e lo scattante Rambo di Ted Kotcheff. Bisogna però ammettere che, nonostante tante riflessioni, poco è cambiato nel corso degli anni. E così il grande cinema americano continuerà ad occuparsi delle sue guerre in giro per il mondo. Cambierà solo il paese dove sono ambientate.
martedì 15 luglio 2008
Martin Luther McCoy
Storia di JoJo, talento diviso tra musica e cinema
Certo quel nome altisonante non deve averlo aiutato troppo. Ti presenti, e subito vedi fioccare attorno a te sorrisini e sguardi attoniti, che rimandano inevitabilmente a due paragoni con la storia: da un lato il padre del movimento per i diritti civili, dall'altro il padre della riforma protestante. Diciamoci la verità, più una zavorra che uno sprone. Eppure Martin Luther McCoy non si è fatto intimorire. Anzi. Per esorcizzare cotanto fardello, ha deciso che nella sua carriera musicale doveva tagliare via il cognome, McCoy, e affidarsi al solo Martin Luther. Come a dire: se proprio quel nome deve essere preponderante, che lo sia fino in fondo; nel bene e nel male qualcuno si ricorderà di me.
Un paio di dischi all'attivo passati quasi inosservati: "The Calling", del 1999, e "Rebel Soul Music" del 2004, uscito sulla sua label indipendente Rebel Soul Records. Amicizie importanti (The Roots, Cody ChesnuTT) e pose fotografiche a metà tra Lenny Kravitz e Jimi Hendrix che però non gli sono valse il lasciapassare per il successo. La ragione è presto detta: bello e bravo, ma un po' derivativo. Una formula che in estrema sintesi prevede voce soul da micione sexy, chitarrismo hard-psycho-rock e arrangiamenti un po' demodé. I modelli sono il succitato Lenny, ma anche altre due esperienze fondamentali del cosiddetto black rock: Keziah Jones e i Living Colour.
E invece, quando tutto sembrava destinato a non decollare mai, sarebbe stato il cinema a dargli una mano e lanciare forse definitivamente quel talento dal nome impegnativo. Dopo il ruolo in "Across The Universe" infatti, le cose appaiono per lui finalmente in discesa. Un ruolo perfetto del resto, sorta di Jimi Hendrix al servizio della diva Sadie, al secolo Dana Fuchs. A lui la regista Julie Taymor affida una delle frasi più significative del film, guarda caso già usata in uno dei nostri post d'apertura: «La musica è l'unica cosa che ha un senso ormai: se la suoni a tutto volume, tiene a bada i demoni».
Ma la parte del leone ovviamente l'assume quando veste i panni a lui più congeniali, quelli del chitarrista di razza. Sentire e vedere per credere la struggente versione di While My Guitar Gently Weeps estratta direttamente dal film. In attesa di vedere se il suo nuovo lavoro discografico, "Serial Thriller", sarà finalmente capace di regalargli il successo anche con la musica.
lunedì 14 luglio 2008
Across the Universe e la rinascita dei film musicali
Across the Universe di Julie Taymor con la sua elegante estetica da videoclip è ciò che più si avvicina, paradossalmente, ad una esperienza del genere musicale legata al suo glorioso passato. Negli ultimi anni abbiamo visto molti tentativi di rinnovare questo genere del cinema classico creduto ormai morto e sepolto. Ma se pellicole come Il Fantasma dell’opera o The Producers hanno il sapore, anche un po’ polveroso, da palcoscenico, film come questo della Taymor oppure quelli di un Baz Luhrmann recuperano il dinamismo e la visionarietà di questo genere cinematografico. Perciò forse non è corretto parlare di rivisitazione (post)moderna del musical classico, quanto del tentativo di restituire ad un genere hollywoodiano intramontabile nuova linfa, nuova visibilità e un nuovo pubblico, partendo proprio dalle sue caratteristiche peculiari. Fin dall'inizio il musical si è infatti imposto, grazie ad una decisa contaminazione tra generi cinematografici e una riflessione sugli elementi primari del cinema stesso, ossia il tempo e lo spazio, come qualcosa di estremamente duttile e innovativo. Dal melodramma alla commedia, dal giallo al western, arrivando persino alla fantascienza (che cos’e’ in fondo 2001: Odissea nello spazio di Kubrick se non un musical con una enorme partitura in cui la macchina da presa con i sui movimenti sostituisce i balletti?), i film musicali in un perfetto equilibrio tra dare ed avere, fino quasi alla fine degli anni ’60, contaminano e vengono continuamente contaminati dall'enorme numero di generi cinematografici che di volta in volta vengono a contatto con essi. Cosa che continua con queste nuove pellicole. Ma anche dal punto di vista della forma le cose non sono molto cambiate anche se si sono decisamente evolute. In film come Romeo + Juliet e Moulin Rouge, ambedue dell’australiano Baz Luhrmann, ma anche in questo Across The Universe di Julie Taymor, più che la logica narrativa interessa un principio legato all’estetica e allo stile. Così ci troviamo davanti ad un enorme collage musicale e visivo, che trova il suo spazio di irripetibilità nella stravagante disposizione dei frammenti sonori. E per non perdersi all’interno di questo immenso caleidoscopio, lo spettatore si può appigliare unicamente al continuo riferirsi e ri- riferirsi al cinema classico. Ma anche alla musica. Una musica rock-pop contemporanea, seppur frammentata e spezzettata, come quella dei Beatles, oppure brani come Lady Marmelade delle Labelle e Lovefool dei Cardigans sono delle hit esattamente come sono state le canzoni di Judy Garland e di Fred Astaire nella loro epoca. In fondo scalare le classifiche e’ sempre stata un prerogativa del genere musicale.
lunedì 7 luglio 2008
Joe Anderson, talento da vendere
Max, il nome del personaggio che interpreta Joe Anderson nel colorato Across the Universe di Julie Taymor, proviene da una delle canzoni più belle dei Beatles come Maxwell's Silver Hammer tratta dall’album Abbey Road del 1969. Nato nel 1982 in Inghilterra, Joe Anderson studia fotografia, frequenta il Richmond upon Thames College e la Weber Douglas Academy of Dramatic Art di Londra. Figlio di attori, il padre Miles Anderson è un volto noto delle scene e della tv brittanica, il giovane Joe dopo aver vissuto in una barca per un certo tempo, dimostrazione del suo carattere ribelle, comincia una carriera attoriale di discreto successo. Inizia con qualche partecipazione teatrale e debutta sul grande schermo nel 2004, a 22 anni, nell’horror Creep che vede come protagonista la tedesca Franka Potente. Dopo essere apparso in alcuni episodi delle serie televisive L’ispettore Barnaby e Afterlife, nel 2006, ottiene il primo ruolo di assoluta rilevanza interpretando il nipote di Beethoven in Io e Beethoven della regista polacca Agniezska Holland. Il 2007 è un anno d’oro per il giovane attore. Infatti lo troviamo nei panni del nostro Max, il teenager spedito nella guerra del Vietnam: “prima del provino non avevo mai cantato nemmeno una nota”, dice Joe “forse per questo sono piaciuto tanto a Julie”. E Joe ha mostrato infatti un vero talento anche canoro interpretando questo personaggio. La musica entra così a far parte della sua vita artistica e subito dopo arriva il personaggio di Peter Hook, bassista dei Joy Division nel film del fotografo Anton Corbijn dal titolo Control. In seguito interpreterà Henry Austen, accanto a Anne Hathaway, nel film in costume Becoming Jane, sulla vita della scrittrice Jane Austen. Tra le sue ultime fatiche segnaliamo High Life e The 27 club, inediti in Italia, e soprattutto l’horror sopranaturale Rovine, dove Joe è Mathias il ragazzo tedesco che due giovani coppie incontrano in Messico, e che porterà l'intero gruppo alla ricerca del fratello in cima a una piramide Maya maledetta.
giovedì 3 luglio 2008
Across the Universe e il favoloso mondo beatlesiano
Rientriamo per un momento nel colorato mondo di Across The Universe e scopriamo come Julie Taymor abbia costruito nelle immagini del suo film un tessuto fitto di citazioni dall’universo beatlesiano, nonostante il quartetto di Liverpool non venga mai menzionato nel film. Le citazioni e i rimandi sono molto ben amalgamati nella sceneggiatura, con frasi che richiamano le canzoni dei Beatles e personaggi che ricordano quelli che si aggiravano intorno al gruppo. Andiamo a scoprirne alcune.
Il concerto sul tetto di Sadie cita lo storico ultimo live dei Beatles che si è tenuto sul tetto della loro etichetta, il famoso Rooftop Concert di cui abbiamo già parlato in uno dei precedenti interventi.
Il pullman colorato, che appare nel film, è un lampante riferimento a quello usato per il Magical Mystery Tour.
Liverpool, la città dove è nato il protagonista, è anche la città da cui proviene il quartetto.
Dr. Robert, il personaggio che interpreta Bono nel film, è ispirato tanto al famigerato medico-pusher newyorkese che allo scrittore della Beat Generation Neal Cassady.
Nell'appartamento di New York, Max gioca con un martello, facendo così esplicito riferimento alla canzone da cui prende il nome Maxwell's Silver Hammer.
Prudence entra nella vita dei ragazzi attraverso una finestra, esattamente come dice il testo della canzone: She came in through the bathroom window.
La casa discografica "Strawberry", corrisponde nella realtà alla “Apple Corps”, che viene poi citata anche in un’altra sequenza in cui Jude disegna una mela verde.
In una sequenza all’inizio del film, un lavoratore del cantiere navale dice a Jude che quando era giovane affermava che a sessantaquattro anni se ne sarebbe già andato, ma lavora ancora nel cantiere. In questo caso il riferimento va a una canzone che non fa parte della colonna sonora: When I'm Sixty-Four, scritta dal solo Paul McCartney e per questo non inserito nel film che contiene solo brani scritti dal binomio Lennon – McCartney.
Nella sequenza iniziale di Hold Me Tight, le immagini ambientate a Liverpool mostrano un locale in cui si vede una band formata da quattro giovani con giubbotti di pelle che cantano in una nicchia di mattoni. Tutto richiama molto il Cavern Club, dove i Beatles si esibirono in centinaia di occasioni durante i primi anni di attività.
E la lista è molto più lunga…
lunedì 30 giugno 2008
Le canzoni dei Beatles in "Mi Chiamo Sam", con Sean Penn
Mi chiamo Sam e amo i Beatles
Confrontarsi con il repertorio dei Beatles al cinema: quale autore non accetterebbe questa sfida con un misto di orgoglio, timore ed entusiasmo? Un’occasione analoga a Across the Universe è stata quella colta dalla regista Jessie Nelson nel 2001 per la colonna sonora del suo film Mi chiamo Sam (I Am Sam), interpretato da Sean Penn e Michelle Pfeiffer. Anche in questo caso le cose sono andate straordinariamente bene! Ovviamente grazie alle stupende canzoni del quartetto di Liverpool, che nel film vengono riarrangiate per l'occasione da artisti di grande calibro quali Eddie Vedder, Nick Cave, Ben Harper, Aimee Mann, Sheryl Crow e Rufus Wainwright, tanto per fare qualche nome, ma la lista è ancora molto ricca. I brani dei Beatles utilizzati nel film sono infatti ben 17. E pensare che la scelta di non adottare le canzoni originali è stata forzata, come afferma la regista, per evitare che la produzione spendesse più per acquistare i diritti delle canzoni dei Beatles che per tutto il resto.
Particolarmente riuscita è stata la scelta dei singoli brani che accompagnano alcune delle sequenze più belle del film, in cui Sean Penn veste i panni del papà amoroso, anche se mentalmente ritardato, di Dakota Fanning. Ogni canzone è un commento sublime agli eventi raccontati dalle immagini: Across the Universe sembra dire "nulla potrà cambiare il tuo mondo" mentre Sam gioca con sua figlia, giusto qualche minuto prima dell'arrivo dei "cattivi" assistenti sociali che gliela portano via; You've Got to Hide Your Love Away, quando Sam va a far visita a Lucy dalla famiglia affidataria ma poi si nasconde preferendo non farsi vedere, pensando che ormai Lucy sia felice con la nuova famiglia; Two of Us con Sam e la piccola Lucy sull'altalena; Lucy in the Sky with Diamonds, sottolineando il verso "e lei se ne andata", quando la mamma "naturale" di Lucy scappa appena uscita dalla clinica lasciando Sam da solo con la bimba; e infine Blackbird, quando Sam lancia l'uccello di carta dall'albero verso Lucy e poi dalla sua cameretta fino al balcone dell'appartamento di Sam.
Un’altra occasione per apprezzare la grande abilità dei FabFour nel confezionare brani pieni di sentimenti e assolutamente memorabili.
mercoledì 25 giugno 2008
Evan Rachel Wood, una ragazza fortunata
Una famiglia artistica, padre, madre e fratello sono attori mentre la sorella Dana fa la musicista. Una carriera lunga quasi quindici anni, un bellissimo film come Thirteen, molta tv e adesso il grande successo di Across the Universe, che permette a questa stupenda ragazza di vent’anni di dimostrare tutto il suo talento anche come cantante. La carriera di Evan Rachel Wood inizia con un'occasione perduta: avrebbe dovuto
essere, infatti, Claudia, la bambina vampirizzata da Tom Cruise, in Intervista col Vampiro, ruolo che è andato a Kirsten Dunst. Ma nonostante ciò Hollywood ha dato subito credito alla giovane attrice. Così riesce ad ottenere diverse parti in pellicole di successo come Amori & incantesimi e S1m0ne, dove interpreta la figlia di Al Pacino. Partecipa poi ad alcuni episodi della serie tv Profiler, ma la popolarità arriva grazie al film Thirteen dove, con estrema forza, interpreta una ragazzina di tredici anni che finisce nel tunnel della droga. Il film fa scalpore, il suo modo di recitare così intenso a soli sedici anni colpisce sia la critica che il pubblico tanto da meritare una nomination al Golden Globe come Miglior Attrice Drammatica. In seguito viene scelta da Ron Howard per il suo horror-western The Missing accanto a Cate Blanchett e Tommy Lee Jones. Negli anni seguenti prende parte ai film Litigi d'amore, Down in the Valley, accanto ad Edward Norton, e Correndo con le forbici in mano e inoltre presta la sua voce al film d'animazione The Reef - Amici per le pinne. Nel 2005 si vede di nuovo soffiare da Kirsten Dunst la parte di Claire in Elizabethtown. Ma la musica entra a far parte della sua vita: proprio quell'anno partecipa al videoclip del brano Wake Me Up When September Ends dei Green Day, con l'attore Jamie Bell, con il quale successivamente si fidanza. In Across the Universe interpreta Lucy (in the Sky With Diamonds) e canta ben sei canzoni anche se non quella da cui prende il nome il personaggio, che viene eseguita dagli U2 durante la magnifica sequenza dei titoli di coda realizzata da Kyle Cooper. Evan Rachel dice che il personaggio di Lucy è molto vicino alla sua personalità e che la considera “davanti per la sua epoca”. Al momento è fidanzata con Marilyn Manson (si proprio lui!) e nel 2007 ha partecipato al video clip di Heart-Shaped Glasses. Una ragazza veramente fortunata…
martedì 24 giugno 2008
Across the names pt.2
Nomi e canzoni nel segno dei Beatles
Come promesso, continua il nostro viaggio all'interno dei protagonisti del film e il divertente gioco di specchi tra i loro nomi e le canzoni dei nostri amati Fab Four.
Dopo aver raccontato qualche aneddoto sui nomi più smaccatamente celebrativi, Jude e Lucy, eccoci ad un paragrafo per palati fini e veri intenditori dove racconteremo qualcosa di più su Max, Sadie, Prudence e relative implicazioni canzonettistiche.
Joe Anderson, già nei panni del bassista Peter Hook nel film (Control) che Anton Corbijn ha dedicato ai Joy Division, in Across The Universe veste i panni dell'esuberante Max. Molte le analogie col personaggio cantato da McCartney in Maxwell's Silver Hammer. Innanzitutto è uno studente, e proprio come lui mette in luce un carattere ai limiti della psicosi. Sadie lo accoglie (assieme a Jude) nella sua casa con parole inequivocabili: «Siete tutti così pulitini... però di quelli che potrebbero ammazzare la nonna a martellate». A scanso d'equivoci, lo zio Teddy, nella scena del Thanksgiving Day, gli si rivolge chiamandolo direttamente Maxwell. Quanto alla canzone poi, possiamo dire senza timore che si trattò di uno dei più grossi pomi della discordia emersi tra Paul e John. Un malevolo Lennon la definì uno dei primi esempi di canzone per nonne composta da McCartney, che «fece di tutto per farla diventare un singolo, ma non ci riuscì mai, né mai avrebbe potutto».
Abbiamo già accennato alla cantante Sadie, sorta di sensuale Janis Joplin interpretata nel film da Dana Fuchs. Il suo nome fa riferimento a Sexy Sadie, canzone scritta da Lennon in India durante il celeberrimo stage di meditazione trascendentale presso il guru Mahesh Yogi. E' lo stesso John ad ammettere che la canzone è un sarcastico ritratto del Maharishi, frutto della cocente delusione provata dopo i (presunti) abusi sessuali perpetrati ai danni di alcune donne del gruppo. Ciò nonostante, nel momento della pubblicazione, lo spiritualissimo Harrison chiederà ed otterrà un cambio di nome della canzone che in principio avrebbe dovuto intitolarsi molto più esplicitamente Maharishi. Curiosità: il verso «What have you done / you made a fool of everyone» è una citazione di I've Been Good To You di Smokey Robinson & The Miracles.
Dulcis in fundo, la dolce Prudence, la piccola bellezza asiatica attanagliata da una sofferta passione saffica. Il riferimento del suo nome va alla famosa Dear Prudence, una delle canzoni più belle contenute nel White Album. La canzone fu dedicata da Lennon a Prude
nce Farrow, sorella dell'attrice Mia, entrambe presenti al suddetto Ashram in India. Per la cronaca: a differenza dei ragazzi di Liverpool, tanto le due sorelle che Mike Love dei Beach Boys finirono per conseguire l'attestato di insegnanti di meditazione trascendentale. Per la curiosità: a differenza della solita line-up, il brano presenta McCartney alla batteria; il vecchio Ringo in quell'occasione sbattè la porta in seguito a divergenze interne, salvo poi tornare all'ovile a brano finito, con tanto di mazzo di fiori pronto ad accoglierlo sulla batteria.
giovedì 19 giugno 2008
Da Londra a New York: arrivano i Beatles!
1964: allarme a New York, arrivano i Beatles! è il film con il quale, nel 1978, Robert Zemeckis ha debuttato al cinema aiutato dal suo amico Steven Spielberg, che in quest'occasione ha ricoperto il ruolo di produttore esecutivo. Il titolo originale, I wanna hold your hand, è l’americanizzazione del titolo di uno dei singoli che hanno permesso ai Beatles di penetrare nel mercato statunitense; in effetti, I Want to Hold Your Hand fece definitivamente esplodere il fenomeno della Beatlesmania, e diede inizio alla cosiddetta British Invasion delle classifiche di vendita americane. E anche nel caso del film di Zemeckis sono proprio loro, il quartetto di Liverpool, con la loro musica e le loro canzoni i grandi protagonisti. Pellicola questa che riprende, aggiorna e velocizza il ritmo e le gag dei film con i Beatles di Richard Lester. 1964: allarme a New York, arrivano i Beatles! racconta l'arrivo del quartetto a New York nel '64 per partecipare all'Ed Sullivan Show! Zemeckis mostra l'isterismo di massa delle teenager, alla ricerca di ogni sorta di cimelio riguardante i Fab Four, soffermandosi in particolare sulle vicende di tre ragazze, una innamorata di Paul McCartney, un'altra fotografa in erba e la terza che si è lasciata convincere a seguire il concerto. Le tre incontrano altrettanti ragazzi e arrivati a New York, i sei cercano insieme di entrare nell'albergo che ospita il quartetto inglese. Il film è brioso e surreale con una serie di gag divertenti messe in fila senza soluzione di continuità. Dal punto di vista tecnico, invece, particolarmente riuscita le sequenza del concerto, in cui le immagini dei veri Beatles che s'intravedono dai monitor e dalle telecamere s'integrano alla perfezione con le controfigure che invece si agitano sul palco. Colonna sonora stupenda, composta da una ventina di canzoni dei Fab Four (ovviamente...). Nel cast una giovane Nancy Allen futura moglie di Brian De Palma e il comico Will Jordan, che interpreta il suo primo Ed Sullivan, più divertente che mai. Jordan ha interpretato infatti Sullivan ben altre cinque volte e sempre con risultati esilaranti.
lunedì 16 giugno 2008
Julie Taymor, la nuova regina del musical
Per Julie Taymor la frase di Shakespeare the stage is the world, the world is the stage of entertainment (il palcoscenico è il mondo, il mondo è il palcoscenico dell’intrattenimento) è un motto artistico. Non a caso è compagna di un importante compositore di colonne sonore come Elliot Goldenthal, che ha firmato anche i soundtrack di tutti i suoi film, e lo dimostra subito con le sue prime regie teatrali: briose, affascinanti, piene di musica e di ritmo. E questo è già un fatto importante. Julie Taymor è nata a Newton, in Massachusetts, nel 1952 e dopo una laurea in folklore e mitologia, studi sul teatro giapponese e anche la scuola parigina del grande mimo Jacques Lecoq, inizia a lavorare in teatro; la sua prima regia teatrale risale al 1992 con “Edipo Re” da Sofocle con il libretto di Jean Cocteau e le musiche di Igor Stravinskij. In seguito porta in scena “Il flauto magico” e “Il Re Leone”, adattamento in musical de “Il Re Leone” della Disney, per il quale riceve molti riconoscimenti tra cui due Tony Awards. Dopo un breve periodo televisivo avviene il suo debutto cinematografico con "Titus", interpretato da Anthony Hopkins e Jessica Lange, lussuoso adattamento per il grande schermo del Tito Andronico di William Shakespeare (che aveva già rappresentato a teatro). Nel 2002 porta sul grande schermo la tormentata storia della pittrice Frida Kahlo, dirigendo Salma Hayek in Frida tratto dal romanzo Frida: A Biography of Frida Kahlo di Hayden Herrera. E questo è solo l’inizio di una brillante carriera che ha trovato in “Across the Universe", almeno fino ad oggi, la sua ultima pellicola; uno dei suoi punti più alti. Un'immersione nella cultura degli anni ’60 con uno stile modernissimo: dall'operaia Liverpool alla creatività del Village, fino alla colororatissima Swinging London. E tutto ciò girato con l’estetica elegante di un videoclip, condito con osservazioni sui movimenti artistici e il mood degli anni degli hippies e del flower-power e ovviamente la musica dei Beatles. Un vero spasso per gli occhi e le orecchie.
venerdì 13 giugno 2008
"Across The Universe": un'arma di seduzione di massa
Dalle citazioni emotive alla resa dei colori
Across The Universe, di per sé, non rappresenta una novità assoluta. Più volte nel cinema c'è stato questo scambio d’amorosi sensi, tanto con la storia dei Beatles quanto, più semplicemente, con la loro musica. L'apoteosi la troviamo forse in uno dei primi film di Zemeckis, 1964: Allarme a New York arrivano i Beatles, che fa proprio riferimento al primo arrivo dei Beatles a New York. Ma, al di là di questo, io credo che Across The Universe sia a tutti gli effetti un'idea originale della regista Julie Taymor. Da sempre grande appassionata del quartetto di Liverpool, coltivava da tempo questo sogno; poi, entrando nel mondo del cinema, ha finalmente avuto l’opportunità di realizzare qualcosa che trasferisse quell’amore in un prodotto filmico. Credo che il segreto del successo del film risieda nella sua forte capacità emotiva: assieme a quella musica meravigliosa la Taymor riesce a far emergere anche tutti quei momenti che ognuno di noi alla nostra età ha vissuto, e quindi è un po’ come un grande souvenir, per altro realizzato e prodotto molto bene. Ci sono riferimenti continui, per chi non conosce la storia dei Beatles sono difficili da cogliere ma, a partire dalla scelta dei nomi dei protagonisti, fino alla scena finale, quella che fa l’occhiolino all'ultimo concerto fatto sul tetto della Apple, il famoso Rooftop Concert, il film è tutto un gioco lieve di citazioni e rimandi che appartengono all’immaginario di più d’una generazione. Poi c’è da dire che in Italia la pellicola ha avuto un’attenzione straordinaria, e questo per certi aspetti rappresenta una piacevole sorpresa visto che il fenomeno dei Beatles ha avuto qui da noi un impatto molto meno evidente, vivendo soprattutto degli echi che giungevano da Inghilterra e Stati Uniti.
Tuttavia, al di là dell'intuizione di raccontare una storia attraverso i testi delle loro canzoni, credo che il suo valore aggiunto risieda soprattutto nelle coreografie visionarie e nell'uso straordinario delle immagini e dei colori. C'è questa psichedelia che, in maniera diretta e indiretta, marchia a fuoco gran parte del film; in particolare c'è la fase centrale interamente giocata sui contrasti, sui colori, sulle sovrapposizioni cromatiche, che è proprio il culmine della psichedelia. Però tutto il film nell'insieme è psichedelico, perchè questi colori stranamente brillanti, possiedono un carattere fortemente onirico. Diciamo che, nell’ambito dell’alta definizione, questo tipo di lavoro rappresenta il massimo perché, al di là della risoluzione dell'immagine, è proprio la brillantezza dei colori – vicina alla nitidezza del cinema, se non in alcuni casi superiore, come nella resa del blu e del rosso – a fare la differenza. Non ci sono sbavature nei profili, né tantomeno nella condensazione del colore. E questo lo rende un prodotto perfetto per il formato Blu-Ray Disc.
mercoledì 11 giugno 2008
I meravigliosi cameo di Across The Universe
Celebrities all-stars
Abbiamo accennato ripetutamente nel corso di questo blog ai prestigiosi cameo che attraversano per intero il film della Taymor.
Forse, tenuto conto anche dell'ultimo video postato, che racconta il dietro le quinte della presenza di Salma Hayek, è arrivato il momento di entrare maggiormente nel dettaglio.
Si inizia in rigoroso ordine d'apparizione con il fantasmagorico Joe Cocker: uno, trino e perfettamente a suo agio al cospetto delle note hard-blues di Come Together. Tre i personaggi interpretati dal leggendario bluesman di Sheffield: un barbone dalla voce rasposa che canta sotto la metro, un pappone con cadillac e sgualdrine al seguito, un hippie tutto barba e capelli che salva il chitarrista JoJo da una macchina.
Ma la menzione d'obbligo va senza dubbio al ruolo del pappone; in particolare ci sentiamo di sottolineare l'apoteosi viola di quei colletti giganti, roba che avrebbe fatto invidia al compianto Sandro Ciotti e che da soli valgono il prezzo d'acquisto del formato Blu-Ray Disc. Nota a margine: forse non tutti sanno che la prima canzone incisa da Joe Cocker fu proprio una cover dei Beatles, I'll Cry Instead.
Di seguito c'è la carismatica presenza di Bono Vox di cui abbiamo già parlato ampiamente. Un guru psichedelico, Dr. Robert, che prima di cantare I'm The Walrus, si lancia in un'arringa perfettamente in linea con quei tempi controculturali: «Il tempo non è dalla nostra parte. Il tempo scivola tra le dita... Ma, hey! E' inutile respingere a testa bassa il sistema. Lasciate che si intreccino da soli nel loro squallido alveare».
Neanche il tempo di riprendersi dal viaggio acido a bordo del bus, ed ecco subito spuntare la terza celebrità: l'attore inglese Eddie Izzard, uno che, per descrivere lo stile dei suoi deliranti monologhi teatrali, usa nel suo sito parole come bizzarro, surreale, assurdo. Perfetto dunque nei panni di Mr. Kite e il suo spettacolo circense; forse uno dei momenti più alti e visionari dell'intera pellicola.
Spettacolarità delle coreografie che ci rimandano ad un altro cameo, questa volta senz'altro minore e un po' sottaciuto. Si tratta del coreografo in persona, Daniel Ezralow, che ad occhio e croce sembra essersi divertito come un pazzo a vestire i panni della spiritatissima Mother Superior in Happiness Is A Warm Gun. Ovvio però che in quell'occasione, tutte le attenzioni vanno alla sensualissima Salma Hayek, l'attrice messicana - molto amica della Taymor - che con la sua interpretazione rende assolutamente memorabile il ruolo dell'infermiera supersexy (e i suoi 4 cloni).
lunedì 9 giugno 2008
Jim Sturgess, è nata una stella?
Uno dei protagonisti di Across the Universe di Julie Taymor è l’agguerrito Jim Sturgess. Giovane attore londinese, membro della National Youth Music Theatre fa il suo debutto nel 1994 nel film di Mike Figgis I ricordi di Abbey. Negli anni a venire continua a recitare in Inghilterra, quasi per caso, alternando esperienze professionali in molte serie tv e in film televisivi a performance universitarie. Nel 2005 ritorna al cinema e lo troviamo al fianco di Ellen Page nel film indipendente Mouth to Mouth, ma la sua occasione d’oro arriva con il ruolo di Jude nel musical di Julie Taymor, dove si fa notare anche per le sue doti canore, eseguendo magistralmente brani dei Beatles come I’ve Just Seen a Face, All My Loving, Something ed altri. D’altronde Jim è anche musicista a tempo perso ed è stato membro di una band chiamata i Dilated Spies. A questo punto scopriamo anche i suoi album preferiti che sono “Check Your Head” dei Beastie Boys, “Pink Moon” di Nick Drake, “Demon Days” dei Gorillaz e “Rain Dogs” di Tom Waits. Curiosamente la canzone dei Beatles che predilige è A Day in the Life ma il brano non è inserito nella colonna sonora del film della Taymor. Per le sue performance cinematografiche si ispira all’attore River Phoenix. Comunque è grazie al ruolo di Jude, che anche Hollywood inizia ad accorgersi di lui. Subito dopo Across the Universe recita nel ruolo di un brillante studente di matematica nel film di Robert Luketic 21 e poi è al fianco di tre star del cinema come Natalie Portman, Scarlett Johansson ed Eric Bana in L'altra donna del re, dove ricopre il ruolo del fratello delle protagoniste, George Boleyn. A breve lo vedremo anche in Crossing Over, film che annovera nel cast Sean Penn e Harrison Ford.
giovedì 5 giugno 2008
Help! - Tra album e Film
Help! è il secondo film dei Beatles che grazie a quella sua comicità demenziale e surreale, alla Monty Python, ed alcune scene da cartone animato puro è diventato un grande successo anche commerciale. Con questa pellicola di Richard Lester nasce anche uno degli album più fortunati del quartetto. Help!, l’album, raccoglie
ben 14 brani ma solo i primi 7 costituiscono la colonna sonora dell'omonimo film. Nell’album troviamo quella che viene considerata una delle canzoni più belle di tutti i tempi, la celeberrima Yesterday, composta e cantata da Paul McCartney, la prima canzone effettuata da un solo componente della band, infatti nessun altro dei Beatles oltre a McCartney e ad un quartetto d'archi partecipò alla sua registrazione. Comunque nel film essa non viene eseguita. Una curiosità: questa che è una delle canzoni più famose della storia della musica in origine doveva intitolarsi, in un modo più terra terra, “Scrambled eggs” (uova strapazzate). Pare che Sir Paul la compose appena sveglio, al pianoforte, ed evidentemente non poteva ideare niente di meglio visto che stava facendo, probabilmente, colazione. Meno male che qualcuno lo ha convinto di cambiare il titolo e il contenuto, così poco romantico!
Il brano del titolo è stato inceve scritto da John Lennon che lo considerava una delle migliori canzoni che avesse scritto con i Beatles; in una intervista del 1970 per Rolling Stone, spiegò che il brano era stato concepito come ballata lenta, e in seguito la produzione aveva convinto il gruppo ad accelerarne il tempo. Più tardi Lennon si disse dispiaciuto di questa scelta. Nella scrittura del brano, John si era ispirato al senso di disagio e di stress che provava per l'improvvisa notorietà raggiunta col gruppo. Se nella colonna sonora del film troviamo piccoli capolavori come You’ve got to hide your love away, Ticket to ride o I need you una bellissima ballata acustica, composta da George Harrison, nell’album sono comprese alcune ulteriori chicche: Act naturally, cantata da Ringo, Dizzy Miss Lizzy, cantata da John Lennon e ancora un brano di Harrison dal titolo You like me too much.
giovedì 29 maggio 2008
Help! - Che spasso con i Beatles!
Continuiamo il nostro viaggio all’interno del mondo cinematografico beatlesiano proponendovi il secondo film che il regista Richard Lester ha confezionato per il quartetto di Liverpool. Aiuto! (Help!) è una pellicola del 1965. Siamo in piena area Swinging London, un periodo di ottimismo e di edonismo, e il free cinema inglese è
all’apice. Mescolando le modalità di questi due prototipi, Lester realizza una commedia piena di spunti surreali e una satira del tradizionalismo britannico girata fra la Gran Bretagna, le Alpi e le Bahamas. Help! è probabilmente il miglior film dei Beatles, con una trama divertente, che trasporta lo spettatore verso quel mondo favoloso che solo Richard Lester poteva catturare con tanta classe. Ringo Starr, il batterista del gruppo, è in possesso di un anello che per i membri di una setta religiosa orientale è sacro. Pur di recuperarlo, danno la caccia ai quattro per mezzo mondo. Nell'inseguimento sono coinvolti anche degli scienziati che vogliono l'anello per diventare famosi. Help! è piacevole e graffiante, ricco di demenzialità, che rende il tutto irresistibile ancora oggi. Ovviamente strepitosa colonna sonora ma proprio su questa vale la pena di spendere qualche riga in più e lo faremo la prossima volta.
martedì 27 maggio 2008
Video - Jim Sturgess e Julie Taymor parlano di Jude
Ecco un nuovo video tratto dai contenuti speciali di Across The Universe. Jim Sturgess e la regista Julie Taymor parlano del personaggio di Jude, del lavoro sul set e del talento canoro della giovane star hollywoodiana.
lunedì 26 maggio 2008
A Hard Day's Night - I Beatles al cinema pt 2
A Hard Day’s Night è un fedele ritratto della sua epoca: i club della Swinging London, e le urla del pubblico durante i concerti dei Beatles che spesso impedivano le loro esibizioni sono elementi sui quali si costruisce una esile traccia narrativa di gran divertimento. Con i fans apparentemente alle calcagna, il quartetto, impegnato in uno show televisivo, diserta le prove e ne combina tutti i colori, mentre Ringo scompare alla ricerca della assoluta libertà. Mockumentary antelitteram, la pellicola di Lester avvolge i nostri in
una prigione dorata con la quale dovettero convivere per molti anni, fino a lasciarci il sistema nervoso, come ammise in una intervista George Harrison che in quel set ha incontrato Pattie Boyd, sua prima moglie, che più tardi avrebbe sposato anche Eric Clapton. A Hard Day’s Night contiene una miriade di invenzioni visive con un montaggio caotico, per non dire anarchico, alla maniera della Nouvelle Vague e del Free Cinema. I film musicali dell’epoca erano, tra l’altro, una sorta di promozione cinematografica della musica, con la trama in secondo piano rispetto alle canzoni, i cosiddetti “pop movies”, e i registi, nonostante il grande successo dei loro interpreti, li evitavano come la peste. In questo i Beatles furono innovatori, e grazie alla loro naturale simpatia e pilotati da un regista intelligente come Richard Lester riuscirono a bilanciare la musica, comunque presente massicciamente nel film (dal brano del titolo originale fino a Can’t buy me love e She loves you), ed immagini. Il film è diventato manifesto spensierato, trascinante ed irresistibile di uno dei miti del secolo scorso.
mercoledì 21 maggio 2008
I Beatles al cinema - pt 1
Pensate che lo straordinario musical di Julie Taymor sia uno dei primi esempi in cui la musica beatlesiana è stata presa in considerazione da parte dell’arte cinematografica? Almeno per i più giovani siamo sicuri di sì! Ma l’avventura del quartetto di Liverpool con il cinema viene da molto lontano. Da oggi, su questo blog, cercheremo di ricostruire le tappe del mondo dei Beatles attraverso l’uso che ne è stato fatto sullo schermo prendendo come punto culminante Across the Universe. Il primo ad accorgersi della potenzialità dei Beatles sullo schermo e’ stato l’americano,
trapiantato in Inghilterra, Richard Lester, regista fino a quel momento noto soprattutto per diversi show televisivi e radiofonici (con la complicità di Peter Sellers) e autore di un film satirico come Mani sulla luna (The Mouse on the Moon), molto a suo agio con la musica. Così nasce la prima avventura cinematografica dei Beatles che risale al 1964: Tutti per uno (A Hard Day’s Night). Richard Lester pensò di realizzare un film dove venisse rappresentata una tipica giornata del quartetto di Liverpool. All’epoca impazzava la Beatlesmania, una vera isteria di massa che diede vita ad un fenomeno, non solo per quanto riguarda la musica, ma soprattutto per i cambiamenti nel costume sociale di migliaia di teenagers abituati alle rigide costrizioni della società britannica. I Fab 4 si divertirono ad interpretare nel film se stessi e furono talmente spontanei che resero il set veramente unico. Era nato così un nuovo mito anche cinematografico: I Beatles.