Il musical non è un genere cinematografico ma un stato d’animo. Rispecchia l’anima dei suoi realizzatori ma anche quella dei suoi spettatori. Julie Taymor ha diretto diversi musical a Broadway, e anche alcune rappresentazioni operistiche, oltre naturalmente al cinema, con due opere come Titus e Frida che, come abbiamo già detto, hanno qualcosa di fortemente musicale nella loro struttura. Così, avendo sempre a che fare con l'arte e con la musica, firma un film che rilegge la storia di un giovane negli anni'60 in chiave musicale, ed usa le canzoni dei Beatles come ispirazione per i suoi colori, il ritmo e l’ambientazione che ci propone. Un film che da una parte ha qualcosa di familiare e dall’altra qualcosa di unico. Across the Universe è un insieme di quadri musicali, ognuno con un suo carattere che, oltre a descrivere le vicende, rappresentano anche le atmosfere, con la saturazione dei colori, e le coreografie molto vicine a quelle del musical anche classico. Bisogna però sottolineare che il film di Julie Taymor non è comunque un film sui Beatles, bensì commentato dalle canzoni dei Beatles, i cui testi si rinnovano e acquisiscono nuova linfa, poiché la Taymor getta uno sguardo al passato e uno al presente. Usando uno stile modernissimo da videoclip, la regista riesce ad offrirci il ritratto di un'epoca straordinaria e dannata allo stesso momento. Un'immersione nella cultura degli anni ’60 che si sposta dall'operaia Liverpool al creativo Village, saltando a piè pari la Swinging London. Insomma stile, arte, mood del flower-power, una New York ricca di incitamenti e fermenti degli anni '60 fino alla controcultura hippy del Greenwich Village. Uno stimolo multiforme fatto di colori. E passiamo alla musica: gli arrangiamenti spaziano dal gospel al rock, dal blues al pop, e gli esiti riescono il più delle volte ad entusiasmare. Divertente I want you intonato da uno Zio Sam digitale a caccia di soldati da spedire in Vietnam; particolarmente toccante il parallelismo tra fragole sanguinanti e caduti sul campo di battaglia per Strawberry Fields Forever; emozionanti le versioni gospel di Let it be e il finale ottimista, ma mai in modo gratuito, di All you need is love. E ovviamente superlativi gli attori nonostante la giovane età: da Jim Sturgess e Evan Rachel Wood e da Joe Anderson, Dana Fuchs e Eddie Izzard fino a Spencer Liff, T.V. Carpio, e i cammeo di Bono, Joe Cocker e Shalma Hayek sono veramente tutti strepitosi sia quando cantano che quando recitano. Ma ciò che più colpisce in Across the Universe è proprio la leggerezza con cui la Taymor, aiutata nelle scelte musicali dal marito compositore Elliott Goldenthal e nelle ottime coreografie dal grande Daniel Ezralow, osa sfidare il mito, accontentando sia i nostalgici che chi non rientra nelle schiere dei fan del quartetto di Liverpool.
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CONTENUTI SPECIALI DEL BLU-RAY DISC
Commento di Julie Taymor ed Elliot Goldenthal - Creando l'Universo - Dietro le quinte - Le stelle di domani - Tutto sulla musica Across the Universe - Le coreografie - Gli effetti speciali - Brani musicali completi - Scena eliminata - "And I Love Her" - Mr. Kite - Riprese alternative - Galleria: Gli schizzi di Don Nace
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Comprende una copia del libro ‘Sgt. Pepper - La vera storia’, in cui si racconta la nascita di uno dei più famosi album della storia del rock, e un prestigioso Lyric Book con tutti i testi originali e le traduzioni in italiano delle canzoni del film.
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lunedì 28 luglio 2008
Across the Universe: il film, il musical, i Beatles
martedì 22 luglio 2008
Il ’68 raccontato al cinema: ribellione, musica e libertà
68, in gradi Celsius, è la temperatura ideale per sviluppare la pellicola in bianco e nero. Questo è un destino. Perché il Sessantotto è un periodo coloratissimo che però, a posteriori, può essere raccontato solo attraverso la pellicola in bianco e nero. Anche se poi nei migliori film che hanno raccontato quel periodo irripetibile c’è sempre stato un pizzico di fantasmagoria in più che serve ad arrivare a quelle immagini psichedeliche che sono diventate il suo simbolo, fra vitalità e disperazione. Il ‘68 è un tema che ha toccato soprattutto il cinema europeo, anche se i suoi echi sono arrivati fino al cinema hollywoodiano con le sue pellicole indipendenti. E Across the Universe di Julie Taymor cita quel periodo e quell’ immaginario cinematografico capace di dire tutto e il contrario di tutto, allargando a dismisura i confini del visibile. Ribellione è la parola d’ordine per un film come Easy Rider - Libertà e Paura con la sua straordinaria colonna sonora, contro le sovrastrutture patriottiche che restringono le frontiere mentali e geografiche. Se il film di Peter Fonda e Dennis Hooper è il capostipite di questo piccolo genere cinematografico, ci sono alcune altre pellicole imprescindibili sullo stesso tema. Fragole e sangue di Stuart Hagman è ambientato durante un’ occupazione universitaria vista dalla parte del suo protagonista, l’occhialuto studente Simon, mettendo in scena la contestazione giovanile con un sottofondo westcoastiano-beatlesiano (memorabile la brutale carica della polizia finale scandita dalla bellissima Give Peace a Chance). Stessa aria (e stessi colori) tira nell’incursione americana del maestro italiano Michelangelo Antonioni. Zabriskie Point è un inno al ribellismo giovanile con una colonna sonora che combina i Pink Floyd con Jerry Garcia dei Greadful Dead e con (come minimo) due sequenze memorabili: quella in cui i ragazzi amoreggiano nel deserto e l’esplosione finale dei simboli del benessere. Ma le ribellioni sessantottine al cinema hanno mille sfaccettature: da quella trasversale e totale, come quella che Pasolini ci lancia nella più ostica delle opere con il suo Salò, e quella sessuale nell’Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci, fino a quella contro la tirannia del linguaggio formalizzato in campo cinematografico de El topo di Alejandro Jodorowski e de La Cinese di Jean-Luc Godard fino a Paradise Now di Sheldon Rochlin, ripresa cinematografica dell'omonimo spettacolo del Living Theatre. Una serie di film che hanno voluto denunciare la dolorosa imperfezione di un mondo che pretendeva di essere il migliore possibile, ma che, con i suoi mille errori di ingenuità e i suoi eccessi, ha contribuito almeno a migliorarlo un po’.
mercoledì 16 luglio 2008
Across the Universe e il cinema sul Vietnam
Dalla molteplicità dei temi che la regista Julie Taymor ha scelto di inserire nel suo musical moderno, Across the Universe, quello degli echi della guerra del Vietnam è uno tra i più comuni nelle pellicole ambientate negli anni ‘60. Da questo punto di vista, se volessimo scegliere un’altra opera che si avvicina all’energia del film della Taymor, quella è Hair, del 1979, del regista ceco, trapiantato in America, Milos Forman. Scegliamo Hair non solo per il fatto che sia anche esso un musical, ma perché condivide con Across the Universe la stessa visione psichedelica nella sua messa in scena. Ma questi non sono gli unici film che ci hanno parlato della “sporca” guerra. La ferita del conflitto (perso) con il Vietnam percorre tutto il cinema statunitense soprattutto tra gli anni Settanta e Ottanta, creando quasi un genere. Attraverso queste pellicole avviene soprattutto il riscatto dell'America, dopo il tradimento degli ideali democratici dei padri. Ma attenzione: non tutti i film che raccontano lo scontro tra Usa e Vietnam sono film drammatici o film di guerra, esattamente come non lo sono quelli della nostra e di Forman. Tra i primi che lo hanno rappresentato è stato, nel 1969, lo splendido Mash di Robert Altman, farsa bellica in cui la guerra è vista come un circo tragico, disperato ed inconcludente. Lo stesso spirito lo troviamo qualche anno più tardi nella strampalata commedia controcorrente e impudentemente antiamericana di Barry Levinson Good Morning Vietnam. Ispirato a un personaggio reale, è un film che, dimenticando finalmente le brutalità nella giungla vietnamita, si basa unicamente sulle battute da caserma sparate a raffica dal protagonista, il bravo Robin Williams, e sulla sua straordinaria colonna sonora. Ovviamente la parte del leone la fanno pellicole più cupe e di alto spessore drammatico in cui la brutalità summenzionata ritorna. Pellicole firmate da registi delle volte eccezionali come Stanley Kubrick, che nel 1987 realizza l’anti-eroico e disperato Full Metal Jacket. Ma forse il film più celebre sulla sporca guerra rimane il bellissimo Apocalypse Now, che Francis Ford Coppola ha confezionato nel 1979. Ovviamente non bisogna dimenticare il reazionario e agile Berretti Verdi di Ray Kellogg e John Wayne, il visionario Birdy – le ali della libertà di Alan Parker, il robusto I guerrieri dell’inferno di Karel Reisz, il commovente e psicologico Tornando a casa di Hal Asby, l’imprescindibile dittico di Oliver Stone con Platoon e Nato il 4 luglio e lo scattante Rambo di Ted Kotcheff. Bisogna però ammettere che, nonostante tante riflessioni, poco è cambiato nel corso degli anni. E così il grande cinema americano continuerà ad occuparsi delle sue guerre in giro per il mondo. Cambierà solo il paese dove sono ambientate.
martedì 15 luglio 2008
Martin Luther McCoy
Storia di JoJo, talento diviso tra musica e cinema
Certo quel nome altisonante non deve averlo aiutato troppo. Ti presenti, e subito vedi fioccare attorno a te sorrisini e sguardi attoniti, che rimandano inevitabilmente a due paragoni con la storia: da un lato il padre del movimento per i diritti civili, dall'altro il padre della riforma protestante. Diciamoci la verità, più una zavorra che uno sprone. Eppure Martin Luther McCoy non si è fatto intimorire. Anzi. Per esorcizzare cotanto fardello, ha deciso che nella sua carriera musicale doveva tagliare via il cognome, McCoy, e affidarsi al solo Martin Luther. Come a dire: se proprio quel nome deve essere preponderante, che lo sia fino in fondo; nel bene e nel male qualcuno si ricorderà di me.
Un paio di dischi all'attivo passati quasi inosservati: "The Calling", del 1999, e "Rebel Soul Music" del 2004, uscito sulla sua label indipendente Rebel Soul Records. Amicizie importanti (The Roots, Cody ChesnuTT) e pose fotografiche a metà tra Lenny Kravitz e Jimi Hendrix che però non gli sono valse il lasciapassare per il successo. La ragione è presto detta: bello e bravo, ma un po' derivativo. Una formula che in estrema sintesi prevede voce soul da micione sexy, chitarrismo hard-psycho-rock e arrangiamenti un po' demodé. I modelli sono il succitato Lenny, ma anche altre due esperienze fondamentali del cosiddetto black rock: Keziah Jones e i Living Colour.
E invece, quando tutto sembrava destinato a non decollare mai, sarebbe stato il cinema a dargli una mano e lanciare forse definitivamente quel talento dal nome impegnativo. Dopo il ruolo in "Across The Universe" infatti, le cose appaiono per lui finalmente in discesa. Un ruolo perfetto del resto, sorta di Jimi Hendrix al servizio della diva Sadie, al secolo Dana Fuchs. A lui la regista Julie Taymor affida una delle frasi più significative del film, guarda caso già usata in uno dei nostri post d'apertura: «La musica è l'unica cosa che ha un senso ormai: se la suoni a tutto volume, tiene a bada i demoni».
Ma la parte del leone ovviamente l'assume quando veste i panni a lui più congeniali, quelli del chitarrista di razza. Sentire e vedere per credere la struggente versione di While My Guitar Gently Weeps estratta direttamente dal film. In attesa di vedere se il suo nuovo lavoro discografico, "Serial Thriller", sarà finalmente capace di regalargli il successo anche con la musica.
lunedì 14 luglio 2008
Across the Universe e la rinascita dei film musicali
Across the Universe di Julie Taymor con la sua elegante estetica da videoclip è ciò che più si avvicina, paradossalmente, ad una esperienza del genere musicale legata al suo glorioso passato. Negli ultimi anni abbiamo visto molti tentativi di rinnovare questo genere del cinema classico creduto ormai morto e sepolto. Ma se pellicole come Il Fantasma dell’opera o The Producers hanno il sapore, anche un po’ polveroso, da palcoscenico, film come questo della Taymor oppure quelli di un Baz Luhrmann recuperano il dinamismo e la visionarietà di questo genere cinematografico. Perciò forse non è corretto parlare di rivisitazione (post)moderna del musical classico, quanto del tentativo di restituire ad un genere hollywoodiano intramontabile nuova linfa, nuova visibilità e un nuovo pubblico, partendo proprio dalle sue caratteristiche peculiari. Fin dall'inizio il musical si è infatti imposto, grazie ad una decisa contaminazione tra generi cinematografici e una riflessione sugli elementi primari del cinema stesso, ossia il tempo e lo spazio, come qualcosa di estremamente duttile e innovativo. Dal melodramma alla commedia, dal giallo al western, arrivando persino alla fantascienza (che cos’e’ in fondo 2001: Odissea nello spazio di Kubrick se non un musical con una enorme partitura in cui la macchina da presa con i sui movimenti sostituisce i balletti?), i film musicali in un perfetto equilibrio tra dare ed avere, fino quasi alla fine degli anni ’60, contaminano e vengono continuamente contaminati dall'enorme numero di generi cinematografici che di volta in volta vengono a contatto con essi. Cosa che continua con queste nuove pellicole. Ma anche dal punto di vista della forma le cose non sono molto cambiate anche se si sono decisamente evolute. In film come Romeo + Juliet e Moulin Rouge, ambedue dell’australiano Baz Luhrmann, ma anche in questo Across The Universe di Julie Taymor, più che la logica narrativa interessa un principio legato all’estetica e allo stile. Così ci troviamo davanti ad un enorme collage musicale e visivo, che trova il suo spazio di irripetibilità nella stravagante disposizione dei frammenti sonori. E per non perdersi all’interno di questo immenso caleidoscopio, lo spettatore si può appigliare unicamente al continuo riferirsi e ri- riferirsi al cinema classico. Ma anche alla musica. Una musica rock-pop contemporanea, seppur frammentata e spezzettata, come quella dei Beatles, oppure brani come Lady Marmelade delle Labelle e Lovefool dei Cardigans sono delle hit esattamente come sono state le canzoni di Judy Garland e di Fred Astaire nella loro epoca. In fondo scalare le classifiche e’ sempre stata un prerogativa del genere musicale.
venerdì 11 luglio 2008
I "favolosi" Beatles in Italia
Giugno '65: arrivano gli scarafaggi!
Che sia stato un tour indimenticabile per quei fortunati spettatori che vi presero parte, non c'è dubbio alcuno; i 'ragazzi' non sarebbero mai più tornati a suonare dal vivo in Italia. Magari però, dietro i lustrini della leggenda, bisognerebbe anche ammettere che di mitologico (a parte la loro presenza) vi fu ben poco: 35 minuti a concerto, nessuna scenografia, nessun effetto speciale, un solo riflettore ad illuminare il palco anonimo. Ma erano davvero altri tempi per la musica dal vivo.
Tre le città coinvolte, 8 gli appuntamenti previsti, uno al pomeriggio e uno alla sera: 24 Giugno Velodromo Vigorelli di Milano, 26 Palasport di Genova, 27 e 28 Teatro Adriano di Roma. Performance che, per quanto spartane, non sembra siano state poi troppo dissimili da quelle pubblicizzatissime dell'Ed Sullivan Show. Ma si sa, l'Italia, oggi come allora, era poco più che una provincia nel grande impero del music business. Ecco spiegato allora perché, nonostante tutto ciò avvenne in concomitanza con la vera esplosione mediatica del gruppo, in tanti anni i Beatles non abbiano praticamente mai fatto cenno a quelle date italiane.
Si narra che a convincere l'impresario triestino di origine ungherese, Leo Wachter, a portare quei capelloni in Italia fossero state alcune tra le più influenti famiglie ambrogine d'allora: da un lato spronate dai propri figli musicisti (New Dada, che poi finiranno per aprire alcune di quelle date), dall'altro pronte a mettere sul piatto argomenti molto convincenti; una partecipazione sulle spese della data meneghina. Oltre ai succitati New Dada, apriranno la kermesse anche Fausto Leali, Angela, Guidone e gli Amici, Le Ombre e Peppino di Capri, quest'ultimo anche autore di un celebre filmato amatoriale girato al Vigorelli. Un clamore mediatico che scatenò automaticamente un disperato bisogno d'esserci, tanto tra i VIP che le persone comuni. Ne
lle date romane, in prima fila, si registrò per esempio la presenza di gran parte del jet-set di Cinecittà: Anna Magnani e il figlio Luca, Catherine Spaak, Rosanna Falk, Giorgio Albertazzi, Luchino Visconti.
Tantissime infine le richieste per un'intervista esclusiva. Il manager del gruppo, Brian Epstein, ospitò privatamente Gianni Bisiach, cloui che grazie ad un memorabile servizio del Novembre '63, aveva fatto conoscere a tutta Italia i "favolosi" Beatles. Il gruppo dal canto suo, ricevette nel backstage l'amico Ricky Gianco, conosciuto un paio d'anni prima a Londra.
Ma l'unico ad ottenere l'onore di un'intervista esclusiva ufficiale fu il solo ed inimitabile Gianni Minà. Sì, proprio lui. Ne avrà quest'uomo di cose da raccontare ai nipotini...
giovedì 10 luglio 2008
8 Dicembre 1980 - Muore John Lennon
Death of a Hero
Per chiunque avesse già l'età della ragione, quella sera di 28 anni fa fece male come una lama nella carne. Fu una notizia terribile. Impossibile da dimenticare. Una fredda notte newyorkese che, con cinque colpi di pistola, avrebbe cambiato drasticamente la fisionomia di un sogno: "The dream is over" cantava Lennon in God. Il sogno era finito davvero; forse per sempre.
John e Yoko vivevano allora un periodo felice : "Double Fantasy" era appena uscito nei negozi di dischi, il lavoro sanciva il ritorno di John alla musica dopo 5 anni di silenzio dedicati per lo più al piccolo Sean, conteneva alcune canzoni splendide, e prefigurava per lui una nuova primavera artistica (Life Begins at 40). Era la prosecuzione di un sogno: dalle utopie generazionali dell'estate dell'amore, al raggiunto equilibrio degli affetti privati ((Just Like) Starting Over). Ma il sogno fu bruscamente interrotto da un uomo, Mark David Chapman, che già in passato aveva sofferto di gravi crisi maniaco-depressive.
Quel martedì, prima di colpirlo a morte la sera con una calibro 38, lo aveva già incontrato nel pomeriggio facendosi autografare una copia di "Double Fantasy" (esistono persino degli scatti dell'amico e fotografo di John, Paul Goresh, che ritraggono quell'incontro). Poi la sera, dopo una seduta di registrazione presso i l Record Plant Studio, John, anziché mangiare fuori, decide di tornare presso la sua residenza al Dakota Building per salutare Sean. Ad attenderlo, appartato, c'è ancora quell'uomo ossessionato, che appena qualche giorno prima ha lasciato l'albergo di Honolulu firmandosi John Lennon. Yoko scende per prima dalla Limousine, a 5 mt. di distanza la segue John. Chapman lo chiama: "Mr Lennon!". John non fa in tempo a girarsi e 5 colpi di pistola lo raggiungono, 4 dei quali al corpo. Il custode del Dakota prima disarma Chapman, poi chiama i soccorsi. E' chiaro sin dal principio che la situazione è drammatica, Lennon perde copiosamente sangue, un colpo gli ha attraversato l'aorta. Quando la polizia giunge sul posto trova Chapman seduto quieto sul marciapiede che stringe al braccio una copia de "Il giovane Holden" di Salinger. All'interno, inquietanti note scritte di suo pugno: "This is my statement". In seguito dichiarerà che la sua vita si era totalmente immedesimata con quella dell'antieroe del romanzo, Holden Caulfield.
Chapman verrà condannato ad una pena detentiva compresa tra i 20 anni e l'ergastolo. Attualmente si trova ancora presso il carcere di Attica. Alla notizia della sua morte McCartney, forse ancora sotto chock, dichiarerà lasciando tutti interdetti: "E' una scocciatura, no?". Ma gli dedicherà una canzone d'amore, Here Today, nell'album "Tug Of War". Lo stesso farà Harrison in All These Years Ago, con Ringo e Paul presenti ai cori. Tra i tanti tributi postumi piovuti dal mondo dello spettacolo, val la pena ricordare i due sentiti omaggi di Elton John (The Man Who Never Die e Empty Garden), amico fraterno di John nonch
é padrino di Sean.
Nel 2000 Yoko Ono ha inaugurato il John Lennon Museum a Saitama, in Giappone. Nel 2002, la sua città natale, Liverpool, ha cambiato nome all'aeroporto ribattezzandolo Liverpool John Lennon Airport, adottando come sottotesto una frase contenuta in Imagine: "Above us only sky". Nell'Ottobre del 2007, sempre Yoko, ha inaugurato in Islanda l'Imagine Peace Tower, sopra la quale è scritto in 24 lingue differenti "Immagina la pace". Sta a noi, oggi, dare a quel sogno una chance.
sabato 5 luglio 2008
Le cover dei Beatles pt.2
Dagli U2 a Sergio Mendes, nel segno dei Beatles
E bravo Tommy. Coglie al volo l'occasione del post dedicato alle cover dei Beatles per ricordarci come gli U2 - che almeno a livello di popolarità ne hanno raccolto lo scettro - abbiano più volte manifestato il loro incondizionato amore per i 4 di Liverpool. In particolare mi piace sottolineare la sua citazione del discorso di Bono in apertura di Helter Skelter: «This is a song Charles Manson stole from the Beatles. We're stealing it back». Cosa loro, cosa del grande popolo del rock'n'roll, assolutamente da proteggere e conservare. Un orgoglio da British Invasion di ritorno che contagiò anche i Police all'apice del loro successo americano; dinanzi alla folla urlante dello Shea Stadium di New York (luogo ove si consacrò il mito USA dei Fab Four) il modesto Sting sentì tra i due momenti un'inestricabile analogia: «We would like to thank the Beatles for lending us their stadium». Più che altro, un'ambiziosissima speranza camuffata da passaggio del testimone. E che dire poi dei terribili fratelli Gallagher, sempre in gara tra loro a chi la spara più grossa; anche sui Beatles. Liam (a proposito: canzone preferita, Across The Universe!) una volta si lasciò scappare che se mai un giorno avesse incontrato un extraterrestre, lo avrebbe certamente mandato a quel paese: perché qualunque fosse il suo pianeta, di sicuro non potrebbe vantare i Beatles.
Tra i grandi del rock che si sono avvicinati al prezioso catalogo Lennon-McCartney segnaliamo - tra i tanti - David Bowie (anch'egli alle prese con Across The Universe, su "Young Americans"), gli Aerosmith (Come Togheter e Helter Skelter), i Deep Purple (Help!) e Crosby, Stills, Nash&Young (Blackbird e Drive My Car). Ma, come sottolineavamo l'altra volta, mai come con i Beatles, la forma canzone trova piena universalità attr
averso tributi provenienti da ogni genere e latitudine: penso al jazz (la strepitosa Blackbird per solo basso eseguita da Jaco Pastorius, oppure il disco "New Standard" di Herbie Hancock, all'interno del quale il celebre pianista afroamericano ha inserito Norwegian Wood), ma anche alla musica brasiliana. Sua maestà Caetano Veloso, in un vecchio disco del '75 ("Qualquer Coisa") ne infila addirittura 3 in sequenza: Eleanor Rigby, For No One e Lady Madonna. Ma la parte del leone la gioca soprattutto il redivivo Sergio Mendes che, con in suoi Brasil 66, negli anni ha fatto di quelle canzoni un vero e proprio feticcio musiculturale. Guardate il video di Day Tripper e fate buon viaggio!
martedì 1 luglio 2008
Le cover dei Beatles pt.1
Tributi e omaggi nel tempo e nello spazio
Prendendo spunto da alcuni commenti postati dai frequentatori di questo blog - penso in particolare a Morgan, che sottolineava la versione di Lucy In The Sky With Diamonds interpretata da Elton John, e Pepper, che invece ricordava come la stessa canzone fu indirettamente omaggiata dai Pink Floyd di Let There Be More Light - abbiamo pensato bene di lanciare un paio di sguardi (sommari) sulla miriade di cover version che da anni vedono come protagoniste le canzoni dei Beatles.
La cosa divertente della faccenda è che, essendo i 4 unanimamente riconosciuti come la più autorevole cornucopia di canzoni pop (linguaggio universale per antonomasia), la pioggia dei tributi è sempre stata particolarmente trasversale, tanto in termini geografici che di stile musicale. Si va dalla solita Giamaica (un'isola dall'attitudine onnivora, che ingoia e fagocita qualsiasi musica) alla nostra Italia, ben rappresentata qui dal disco "Mina canta i Beatles" che abbiamo voluto mettere in bella vista (disco uscito nel '93 nella cui copertina la tigre fa il verso a "Revolver"). Tuttavia vogliamo incentrare questo primo paragrafo in particolare sullo scambio d'amorosi sensi nato sin dal principio tra i Beatles e la musica afroamericana.
Partiamo innanzitutto dal presupposto che nel loro secondo disco, "With The Beatles", sono presenti omaggi al re del rock'n'roll nero, Chuck Berry (Roll Over Beethoven) e al soulman Smokey Robisnon (You've Really Got a Hold On Me); il tutto amplificato dalla versione assemblata per il mercato USA, in cui figuravano anche Long Tall Sally, classico dell'altro gigante del rock'n'roll nero, Little Richard, e Money, firmata invece da Berry Gordy, il padre della Motown. In particolare la leggendaria etichetta di Detroit, sullo slancio di un'affinità elettiva più che evidente, restituirà con gli interessi cotanto amore: in primis proprio Smokey Robinson, ma anche Le Supremes di Diana Ross, Gladys Knight & The Pips, Stevie Wonder e Marvin Gaye. Con quest'ultimo - a dire il vero - impegnato a dare una melensa rilettura di Yesterday. Il celebre brano cantato da McCartney, oltre ad essere la canzone con più cover nella storia della musica, sembra nutrire un particolare fascino nei confronti delle grandi voci. Non solo Marvin Gaye dunque: con le sue note malinconiche si sono cimentati mammasantissima come Frank Sinatra, Ray Charles e Sarah Vaughan. Restando nell'am
bito della grande musica nera poi, non possiamo certo dimenticare le cover di mostri sacri come Al Green, Aretha Franklin, Ella Fitzgerald, Ike & Tina Turner, Otis Redding, Wilson Pickett, gli Earth, Wind & Fire.
Ma sarebbe un errore circoscrivere l'appeal di quelle canzoni alla sola spiritualità afroamericana. Mai come con i Fab Four, infatti, la musica è una questione colour blind, che davvero trascende razza, classe e genere.
Ne riparleremo a breve...
lunedì 30 giugno 2008
Le canzoni dei Beatles in "Mi Chiamo Sam", con Sean Penn
Mi chiamo Sam e amo i Beatles
Confrontarsi con il repertorio dei Beatles al cinema: quale autore non accetterebbe questa sfida con un misto di orgoglio, timore ed entusiasmo? Un’occasione analoga a Across the Universe è stata quella colta dalla regista Jessie Nelson nel 2001 per la colonna sonora del suo film Mi chiamo Sam (I Am Sam), interpretato da Sean Penn e Michelle Pfeiffer. Anche in questo caso le cose sono andate straordinariamente bene! Ovviamente grazie alle stupende canzoni del quartetto di Liverpool, che nel film vengono riarrangiate per l'occasione da artisti di grande calibro quali Eddie Vedder, Nick Cave, Ben Harper, Aimee Mann, Sheryl Crow e Rufus Wainwright, tanto per fare qualche nome, ma la lista è ancora molto ricca. I brani dei Beatles utilizzati nel film sono infatti ben 17. E pensare che la scelta di non adottare le canzoni originali è stata forzata, come afferma la regista, per evitare che la produzione spendesse più per acquistare i diritti delle canzoni dei Beatles che per tutto il resto.
Particolarmente riuscita è stata la scelta dei singoli brani che accompagnano alcune delle sequenze più belle del film, in cui Sean Penn veste i panni del papà amoroso, anche se mentalmente ritardato, di Dakota Fanning. Ogni canzone è un commento sublime agli eventi raccontati dalle immagini: Across the Universe sembra dire "nulla potrà cambiare il tuo mondo" mentre Sam gioca con sua figlia, giusto qualche minuto prima dell'arrivo dei "cattivi" assistenti sociali che gliela portano via; You've Got to Hide Your Love Away, quando Sam va a far visita a Lucy dalla famiglia affidataria ma poi si nasconde preferendo non farsi vedere, pensando che ormai Lucy sia felice con la nuova famiglia; Two of Us con Sam e la piccola Lucy sull'altalena; Lucy in the Sky with Diamonds, sottolineando il verso "e lei se ne andata", quando la mamma "naturale" di Lucy scappa appena uscita dalla clinica lasciando Sam da solo con la bimba; e infine Blackbird, quando Sam lancia l'uccello di carta dall'albero verso Lucy e poi dalla sua cameretta fino al balcone dell'appartamento di Sam.
Un’altra occasione per apprezzare la grande abilità dei FabFour nel confezionare brani pieni di sentimenti e assolutamente memorabili.
venerdì 27 giugno 2008
Rumours e misteri sulla leggendaria morte di McCartney
Paul Is Dead?
Una delle storielle più macabre e al contempo divertenti emersa negli anni attorno ai Beatles è senza alcun dubbio quella che fa riferimento alla presunta morte di Paul McCartney, vicenda già parzialmente accennata in uno dei primi post del blog. Secondo i sostenitori della tesi del complotto, sarebbero centinaia i segnali lanciati dagli stessi Beatles, tra frasi sibilline registrate al contrario e simbologie disseminate ad arte sulle copertine dei dischi.
Tutto prese forma nell'Ottobre del 1969 quando Russ Gibb, dj radiofonico di Detroit, ricevette una misteriosa telefonata in cui si affermava che McCartney fosse morto; a riprova di ciò, sostenne l'ascoltatore, bastava ascoltare al contrario il brano Revolution9, dove una voce pronunciava la frase "Turn me on, dead man". Dieci giorni più tardi, un noto radio-jock di una potentissima stazione newyorkese (WABC), riprese il discorso irradiandolo in ben 38 stati americani. Di lì in poi, l'effetto domino fu incontrollabile.
La leggenda in linea di massima narra che Paul McCartney morì il 9 Novembre del 1966, durante le sessions di Sgt. Pepper's, in seguito ad un incidente stradale. Prova di ciò sarebbe soprattutto la copertina del disco "Abbey Road", quella del famoso attraversamento delle strisce pedonali: Paul è l'unico in completo e piedi scalzi (abitudine con cui si sepolgono i cadaveri), è l'unico fuori sincrono rispetto al passo degli altri e, sopra ogni cosa, c'è la targa della macchina di Paul con su scritto 28IF; per i professionisti della dietrologia più spinta: 28 anni se Paul fosse stato vivo ai tempi di quello scatto. Altre evidenze "incontrovertibili" giacerebbero nei rumori di un incidente d'auto inclusi nelle canzoni Revolution9 e A Day In The Life e nella coda di Strawberry Fields Forever, dove John parrebbe dire "I buried Paul" (in realtà diceva "Cranberry sauce"). A suggellare cotanta surrealtà, l'ipotesi che il "nuovo" Paul fu reclutato attraverso un regolare contest cui vari sosia vennero sottoposti dagli altri tre. Il mito racconta che alla fine l'abbia spuntata un ex-poliziotto, uno talmente calato nella parte che, per rendere più verosimile la somiglianza, si sottopose anche ad un intervento di chirurgia plastica.
Una bufala in piena regola, sospesa a metà tra gioco macabro, paranoia
e goliardia, cui si sono prestati gli stessi Beatles. John, nel suo album solista del 1971, "Imagine", all'interno della canzone How Do You Sleep? commenta sarcastico: "Those freaks was right when they said you was dead" ("Quei pazzi avevano ragione quando dicevano che eri morto"). Ma il massimo fu l'autoparodia dello stesso Paul nel live-album del 1993 "Paul Is Live" (compresa citazione della celebre copertina). Roba degna della mente di Matt Groening, il creatore dei Simpsons, che ovviamente non si è fatto sfuggire l'occasione per graffiare un po' anche lui sulla leggenda attraverso il suo irriverente cartoon.
lunedì 23 giugno 2008
Video - Intervista a Elliot Goldenthal e Dana Fuchs
Ecco un altro piccolo assaggio dei contenuti speciali tratti dal Blu-Ray Disc di Across The Universe. Elliott Goldenthal, che ha curato la colonna sonora, e Dana Fuchs parlano delle musiche del film e della grande emozione provata nel partecipare a questo film.
mercoledì 18 giugno 2008
Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band
Storia, simbologie e leggende del disco più famoso della storia del rock
Sembrava un giovedì come un altro quel 1 giugno del 1967. Eppure, dopo l'uscita del feticcio Sgt. Pepper's, nulla sarebbe più stato come prima nel circo barnum del rock'n'roll. Per dirne una: il grande Brian Wilson, di fronte alla sua monumentale bellezza, rischiò seriamente di smarrire ragione e spirito nel disperato tentativo ("Smile") di eguagliarne i fasti. Perché oggi sembra tutto scontato, ma allora fu davvero un cataclisma di proporzioni epocali.
Nella primavera di quell'anno McCartney si trova in vacanza in California. Ormai anche lui si è persuaso che i Beatles devono abbandonare l'attività live e concentrarsi esclusivamente su progetti dal respiro ambizioso. L'idea che gli viene in mente è un concept album che ruoti attorno ad una fantomatica band dal nome curioso e lunghissimo, proprio come quei bizzarri gruppi psichedelici che imperversavano nella west coast d'allora. Di ritorno a Londra non trova immediato entusiasmo tra i suoi bandmates, ma tutto sembra tornare in perfetta armonia grazie alla fantasiosa idea della copertina. Suo principale artefice sarà il gallerista Robert Fraser, uno dei paladini dell'arte moderna nella Londra degli anni '60. A disegnarla ci penseranno Peter Blake e sua moglie Jann Haworth. Il collage mostra più di 70 personalità provenienti dal mondo dell'arte, della letteratura, del cinema e della politica; in più, per espressa volontà di George Harrison, figureranno anche alcuni guru indiani. Tra i personaggi più curiosi segnaliamo il satanista Aleister Crowley, il compositore Karlheinz Stockhausen, lo psicologo Carl Gustav Jung, e l'esploratore David Livingstone. Ma in bella mostra troviamo anche figure più familiari come Bob Dylan, Marylin Monroe, William Burroughs, Karl Marx, Oscar Wilde e Marlon Brando. Gli aneddoti più divertenti vanno dalle statue di cera degli stessi Beatles, così come rappresentate allora al museo di Madame Tussauds, alla bambola dell'attrice Shirley Temple con indosso un golfino dei Rolling Stones (che a loro volta ricambieranno sulla copertina di "Their Satanic Majesties Request").
Musicalmente parlando, si perpetua il lavoro sugli esperimenti di studio attraverso l'utilizzo creativo di echo, riverberi e nastri mandati al contrario. Gli arrangiamenti si fanno a tratti molto complessi, si rafforza il legame spirituale con l'India (sitar e tamboura presenti in moltissime tracce) e si utilizzano strumenti insoliti come l'harpsichord (Fixing A Hole) e l'harmonium (Being For The Benefit of Mr. Kite). Il disco, dopo un esordio bruciante al n°8 determinato esclusivamente dagli ordini, si piazza in vetta alle chart UK e ci resta stabilmente per 23 settimane. E' il primo disco inglese a mettere le liriche sul retro-copertina, ma soprattutto è il primo disco rock in assoluto ad aggiudicarsi il Grammy Award come m
iglior album dell'anno. Il Times lo descrive «Un passaggio decisivo nella storia della civiltà occidentale»; persino Jimi Hendrix gli renderà omaggio, suonando ripetutamente la titletrack dal vivo nei mesi immediatamente successivi all'uscita. Non mancheranno anche alcune critiche beffarde: Frank Zappa, per esempio, dichiarerà su Rolling Stone che i ragazzi «were only in it for the money» e, non pago, parodiò quella grandeur nel successivo "We're Only In It For The Money". Ma furono per lo più voci isolate e orgogliosamente controcorrente.
A chiudere il cerchio ci penserà proprio la rivista rock quando, nel 2003, finirà per eleggerlo come miglior album di tutti i tempi. Il resto... forse è ormai storia degna d'esser studiata sui banchi di scuola.
venerdì 6 giugno 2008
"Revolver" e il giro di boa della pop music
Storia di una trasformazione: dai palchi allo studio di registrazione
Nel ‘66 c'è l'esplosione definitiva, e Revolver segna la prima svolta.Fu un periodo speciale per tutti noi: uscivano i dischi, e ogni volta ci si riuniva, si formavano dei gruppi d’ascolto. Un rito vero e proprio. Lo facevamo noi, ma sapevamo perfettamente che tutto ciò avveniva anche nel resto del mondo. Era un avvenimento, un happening: la consapevolezza che quella corsa all’acquisto del nuovo Beatles ci avrebbe regalato qualcosa di assolutamente innovativo. E così in effetti è realmente stato. Ma tutto cambiò sapore e forma al cospetto di Revolver. Mi ricordo che quando uscì, alla fine di agosto di quell’anno, restammo tutti con gli occhi sbarrati, quasi a domandarsi: «che diavolo è successo?». Il disco iniziava subito con una cosa mai fatta prima: su Taxman si sente George che lancia l’attacco: «uno, due, tre, quattro» e poi parte la musica. Non si era mai sentita prima una canzone che partiva con delle voci di studio e non con il brano vero e proprio. I ragazzi se ne fregavano di quelli che erano i rumori e i suoni di studio: ascoltando con attenzione i loro dischi si sentono delle cose pazzesche, perchè loro volevano essere così. Ma soprattutto Lennon, da questo punto di vista, era il più estroso di tutti; proprio come McCartney era il musicista. Un disco folle, pazzesco, che per la prima volta utilizza i fiati - penso al corno inglese di For No One, o allo swing di Got To Get Into My Life – ma poi sconfina nell’avanguardistico grazie ad un sapiente uso degli echi. A chiudere il cerchio, le sperimentazioni di un pezzo come Tomorrow Never Knows, registrato in maniera rivoluzionaria, con suoni strabilianti che scaturiscono da nastri riprodotti al contrario, le voci filtrate e tutto il resto delle diavolerie che lo hanno reso celebre ed ancora oggi di rottura rispetto al resto della musica.
Questo fu il motivo per cui, almeno ufficialmente,
smisero di suonare: perchè non erano più in grado di riprodurre dal vivo tutte quelle idee da studio. Loro ai concerti in effetti erano un’altra cosa; non è come oggi, avevano un vissuto completamente diverso. Il concerto era vederli dal vivo e stop, perché suonavano con gli strumenti base e la sola aggiunta di una tastiera (una delle prime elettroniche) usata da John Lennon in qualche brano. Non c'erano accompagnamenti di cori, giochi di luci, o altro. Non c'era niente. C'erano amplificatori piccolissimi con i microfoni che venivano posti davanti agli altoparlanti e collegati all'impianto voce, anche per questo non esistono registrazioni dal vivo su disco; anche se negli anni ‘80 ne uscì uno di un concerto dall’Hollywood Bowl di Los Angeles, ma poi non fu mai rieditato in CD. In particolare Lennon disse di non voler più suonare dal vivo. Era particolarmente frustrato dal fatto che avrebbe anche potuto smettere di suonare o fare degli accordi sbagliati, e nessuno se ne sarebbe accorto. Tutti strillavano e nessuno sentiva più la musica. McCartney soffrì molto per questa decisione, ma erano talmente carichi allora che per lungo tempo non ne avvertirono il peso.
giovedì 5 giugno 2008
Help! - Tra album e Film
Help! è il secondo film dei Beatles che grazie a quella sua comicità demenziale e surreale, alla Monty Python, ed alcune scene da cartone animato puro è diventato un grande successo anche commerciale. Con questa pellicola di Richard Lester nasce anche uno degli album più fortunati del quartetto. Help!, l’album, raccoglie
ben 14 brani ma solo i primi 7 costituiscono la colonna sonora dell'omonimo film. Nell’album troviamo quella che viene considerata una delle canzoni più belle di tutti i tempi, la celeberrima Yesterday, composta e cantata da Paul McCartney, la prima canzone effettuata da un solo componente della band, infatti nessun altro dei Beatles oltre a McCartney e ad un quartetto d'archi partecipò alla sua registrazione. Comunque nel film essa non viene eseguita. Una curiosità: questa che è una delle canzoni più famose della storia della musica in origine doveva intitolarsi, in un modo più terra terra, “Scrambled eggs” (uova strapazzate). Pare che Sir Paul la compose appena sveglio, al pianoforte, ed evidentemente non poteva ideare niente di meglio visto che stava facendo, probabilmente, colazione. Meno male che qualcuno lo ha convinto di cambiare il titolo e il contenuto, così poco romantico!
Il brano del titolo è stato inceve scritto da John Lennon che lo considerava una delle migliori canzoni che avesse scritto con i Beatles; in una intervista del 1970 per Rolling Stone, spiegò che il brano era stato concepito come ballata lenta, e in seguito la produzione aveva convinto il gruppo ad accelerarne il tempo. Più tardi Lennon si disse dispiaciuto di questa scelta. Nella scrittura del brano, John si era ispirato al senso di disagio e di stress che provava per l'improvvisa notorietà raggiunta col gruppo. Se nella colonna sonora del film troviamo piccoli capolavori come You’ve got to hide your love away, Ticket to ride o I need you una bellissima ballata acustica, composta da George Harrison, nell’album sono comprese alcune ulteriori chicche: Act naturally, cantata da Ringo, Dizzy Miss Lizzy, cantata da John Lennon e ancora un brano di Harrison dal titolo You like me too much.
martedì 3 giugno 2008
I Beatles e il Vietnam
Make Love Not War
Fin qui l'abbiamo ricordato e raccontato: i Beatles furono senza alcun dubbio il gruppo musicale più influente e amato di quegli anni ruggenti. Crocevia forse irripetibile che - tra la seconda metà degli anni '60 e la prima dei '70 - vide il mondo occidentale cambiare drasticamente volto in ambito politico e sociale, ma anche nella moda, nelle arti e nel costume. Erano gli anni della contro-cultura giovanile, anni in cui - è vero - certo ribellismo finì spesso per ubriacarsi di rivoluzione, ma seppe comunque produrre un dibattito serio e profondo, capace di mostrare a tutti una prospettiva pacifica e pacifista della vita.
Epitome di questo scontro tra generazioni e culture fu ovviamente la guerra del Vietnam ('64-'75), episodio chiave degli anni della contestazione, a suo modo centrale anche nella parabola artistica dei Beatles. Si potrebbe partire dal clamoroso gesto che, nel 1969, vide un iconoclasta John Lennon restituire alla regina l'onoreficenza di membro dell'Ordine dell'Impero Britannico: un plateale atto di protesta contro l'acritico appoggio agli USA nella famigerata guerra del Vietnam. Segnali di dissidenza m
ascherati da gioco psichedelico si erano del resto già manifestati nel film-cartoon Yellow Submarine (1968) dove i Fab Four partivano su un sottomarino giallo alla volta di Pepperland per salvarla dal cinismo e la violenza dei Biechi Blu. Una metafora sulla dicotomia Establishment vs. Hippies ripresa per altro proprio durante le marce per la pace, dove i manifestanti intonavano spesso il refrain della celebre canzone.
Ma la canzone che meglio espresse il punto di vista di John Lennon, l'anima più politica del gruppo, fu certamente la mitica Revolution1: incisa nel 1968, all'interno del travagliato "White Album", mette in luce tutta l'idiosincrasia dell'uomo per i dogmi e le ipocrisie del movimento. E' il pretesto per uno dei momenti salienti del film Acros
s The Universe, perfetta sintesi dell'eterno conflitto tra l'anima artistica e culturale e quella dura e pura votata allo scontro. Emblematiche in tal senso le parole del vecchio John: «Dici che vuoi una rivoluzione / Beh sai / Tutti noi vogliamo cambiare il mondo / (...) Ma quando parli di distruzione / Non contare su di me / (...) Continui a portarti dietro le foto di Mao / Non combinerai niente con nessuno».
E' il preambolo al Lennon spigoloso degli anni post-Beatles, quelli con la Plastic Ono Band. Un uomo dalla sensibilità esasperata che, per un tragico incidente del destino, non sarebbe riuscito a portare a compimento quell'opera d'arte che fu la sua vita.
Ritorno al futuro
Canzonette d’avanguardia
Troppo spesso ci riferiamo ai Beatles soprattutto in relazione a quel corpo di immortali canzoni che ci hanno saputo regalare nell’arco di neanche un
decennio. In realtà è giusto sottolineare, a maggior ragione dopo così tanti anni, quanto fu rilevante il loro ruolo d’innovatori del linguaggio pop. Non soltanto in un contesto tradizionale quindi, leggi la creatività sul pentagramma, ma in qualità di veri e propri pionieri del suono. La critica parla di circa 40 innovazioni apportate dai 4 rispetto alla musica del passato, cose mai fatte prima che i Beatles, più o meno inconsapevolmente, hanno finito per imporre nella comunicazione musicale tout-court. Ancora oggi molte di queste innovazioni sono il pane quotidiano di gruppi come gli U2, per citarne uno.
In ordine sparso ci piace ricordare che furono i primi in un contesto pop a flirtare con la musica tradizionale indiana, i primi a sperimentare sui nastri passandoli al contrario, i primi a cimentarsi con l’idea di concept album, i primi ad usare il distorsore – in seguito marchio di fabbrica di Hendrix – per altro non sulla chitarra ma sul basso (Think For Yourself, da “Rubber Soul” 1965). Ma ce ne sono tantissime altre, penso a certi particolari contrappunti musicali prima sconosciuti, o ancora, ad accordi del tutto inediti nella musica leggera. La cosa più intrigante di tutta questa vicenda poi, è che i ragazzi non avevano mai studiato musica in maniera seria; certe intuizioni, ormai è ovvio a chiunque, le avevano all’interno delle loro menti. In particolare mi riferisco all’irripetibile alchimia che si sviluppò tra Lennon e McCartney, una miscela esplosiva, una combinazione unica che in sintesi partorì il mito stesso dei Beatles.
Ma tutte queste riflessioni sarebbero forse state impossibili se l’allora presidente della EMI Music non
avesse intuito da subito di trovarsi al cospetto di un gruppo totalmente fuori dall’ordinario. Fu lui che a partire dalla fine del 1963, diede ordine ai tecnici degli studi Abbey Road di registrare tutto quello che usciva fuori da quelle sessions. Un’intuizione straordinaria. Oggi grazie a lui esistono centinaia e centinaia di nastri: inediti, versioni alternative, canzoni non finite, semplici esperimenti, ecc… Oggi noi sappiamo che anche nei frammenti meno lavorati, si trova un’anima musicale a dir poco sbalorditiva. Quel signore capì presto che i ragazzi erano dei geni e che bisognava assolutamente mettere ogni cosa su nastro. Esistono ore ed ore di una stessa canzone, magari con 50 versioni diverse, alcune pubblicate successivamente nella famosa serie “Anthology” uscita tra la fine dei ’90 e l’inizio del 2000. Alcune di quelle cose, originariamente scartate dagli stessi Beatles, mostrano delle idee assolutamente pregevoli che tendono a rafforzare quest’idea di un gruppo di pionieri capace d’anticipare i tempi. Un famoso critico musicale sostiene che i gruppi nati nel dopo-Beatles – eccezion fatta per le musiche di derivazione blues e gospel - si dividono in quelli che si dichiarano loro discepoli e quelli che non lo fanno ma lo sono comunque. Non spetta a me stabilire se questo sia vero fino in fondo; di certo, possiamo ribadire con forza il loro ruolo di innovatori assoluti del linguaggio pop codificato nel secolo scorso.
venerdì 23 maggio 2008
John & Paul pt.2
Strawberry Fields
Altra pietra angolare del metodo Lennon-McCartney fu il doppio A-Side single del '67 Penny Lane/Strawberry Fields Forever. L'idea fu quella di ripercorrere alcuni luoghi (fisici e mentali) della Liverpool della loro infanzia, con McCartney principale autore e compositore della prima e Lennon della seconda. In Penny Lane Paul mette in luce un approccio analitico e dettagliato, passando in rassegna ambienti e personaggi dei suoi ricordi con un disincanto dolce che combina mirabilmente psichedelia, fanciullezza e inquieta nostalgia. Al contrario John sceglie un tono più amaro e sfuggente, evocando quelle immagini di accecante e contraddittoria bellezza che hanno ispirato le sequenze più suggestive del film Across The Universe. Tra i tanti aneddoti legati alla canzone ci piace ricordare quello della voce in coda: frammento di musica sperimentale sopra cui si ode Lennon recitare un enigmatico "Cranberry sauce"; per tanti anni in molti credettero di cogliere in quel balbettio le parole "I Buried Paul" ("Ho sepolto Paul"), presunta ammissione della morte di McCartney. Ma era solo una leggenda, e sarebbe rimasta tale per la gioia dei discepoli della mitologia rock.
Nel precedente post dedicato a John & Paul si era accennato ad alcune insanab
ili divergenze che avrebbero infine minato la più grande coppia di autori di musica pop di tutti i tempi. Il canto del cigno è rappresentato certamente dall'album "Let It Be", uscito nel 1970 proprio in concomitanza con lo scioglimento del gruppo ma registrato almeno un anno prima. Un disco parzialmente irrisolto, disconosciuto dagli stessi Beatles tanto che McCartney, una volta ascoltati gli arrangiamenti di Phil Spector, pose un durissimo veto alla sua pubblicazione. Il disco però uscì lo stesso e sancì automaticamente la fine di 15 irripetibili anni di sodalizio artistico. Molte le cause dietro quella progressiva separazione tra geni: dalla crescente influenza esercitata su John dalla compagna Yoko Ono - che lo spingeva ad allargare i domini della propria arte e conoscenza - alla presunzione di Paul che, di fronte alle prime crepe, si autoproclamò leader e propose un improbabile ritorno della band dal vivo.
John non la prese affatto bene: «Io l'ho creato il gruppo, io l'ho sciolto. È molto semplice».
giovedì 22 maggio 2008
La Beatlemania
Una rivoluzione copernicana: dalla musica al costume, andata e ritorno.
Salve, sono Fabrizio Ferrucci e vi accompagnerò anch’io in questo viaggio alla riscoperta del mito dei Beatles, della loro musica e del decennio che li ha visti nascere, crescere e diventare in breve tempo una delle icone più importanti a livello mondiale. Partiamo dalla Beatlesmania.
Si trattò di un fenomeno collettivo fortissimo, dal profilo quasi isterico. Tutto avvenne con pochissima comunicazione: c’era la radio certo, ma non dimentichiamo che la tv allora non aveva ancora abbracciato la mondovisione per esempio; stiamo parlando di un fenomeno che prese piede tra il 1963 e il 1964. Fu come un virus, un virus inarrestabile che, nato a Londra, si propagò rapidamente in tutto il mondo contagiando in pochi mesi la gioventù di ogni latitudine. Il culmine di questo processo fu certamente il 1964, anno in cui i Beatles si recarono in America e sancirono il loro status attraverso tre seguitissime apparizioni (si parla di 90 milioni di spettatori) allo show televisivo più popolare dell’epoca, quello di Ed Sullivan. Ma il passaparola fu soprattutto radiofonico.
In Italia per esempio c’erano solo i tre canali RAI, ma poi a trasmettere la musica era uno solo. Fu allora che si affacciarono i primi dj radiofonici, personaggi che, sulla scia di questo virus, anche da noi cominciavano a presentare la musica che andava in onda. Sentire questi ragazzi che parlavano di un nuovo gruppo inglese che stava ottenendo un clamoroso successo in tutto il mondo, beh, ci fece letteralmente rizzare le antenne. Ma tutto ciò sarebbe stato inutile se poi le musiche che seguivano non fossero state totalmente innovative, rivoluzionarie nel vero senso del termine. Fu un linguaggio musicale del tutto nuovo, accompagnato da un clamore mediatico inedito. Già dal principio, c’erano tutte le premesse per un successo dalle proporzioni enormi.
Il quadro sociale e storico d’allora ovviamente è rilevante: siamo all’alba di un grande boom economico per l’Occidente, ma la proposta musicale è ancora fortemente statica. Si può allora dire che, in qualche misura, i Beatles rappresentarono la cosa giusta al momento giusto, furono il volano che consentì ad un più vasto fenomeno sociale di spiccare il volo. Proprio in virtù di quel benessere che si andava diffondendo, i Beatles andarono molto al di là del fenomeno discografico e abbracciarono la moda e il costume. Con loro nasce il merchandising, con loro nasce la British invasion e le sue mode, dalla minigonna di Mary Quant in giù. Sembra quasi banale dirlo oggi, ma l’America d’allora nutriva una forte ritrosia nei confronti degli inglesi. A maggior ragione fu sorprendente quest’invasione britannica, perché mutò radicalmente i costumi di un’intera generazione, dall’American graffiti al beat.